Del ciclismo in Africa, e dei corridori africani in Europa, si conosce poco, eppure sono tantissime le storie da raccontare perché da lì provengono ciclisti che hanno lasciato il segno nella storia a due ruote. Poco si sa anche di alcuni campioni italiani, e non solo, che si sono cimentati sulle sue strade assolate di quel continente mettendosi in gioco, uscendo dagli schemi.
A porre rimedio ci ha pensato Marco Pastonesi, giornalista sportivo, grande appassionato di ciclismo – ha seguito sedici giri d’Italia, dieci Tour de France ma anche quattro Tour of Rwanda e un Tour du Faso (Burkina Faso) – con il libro Strade Nere (Ediciclo editore, euro 16) dove racconta ben cento storie. Molte sono frutto delle esperienze vissute in prima persona in Africa, altre raccolte telefonando a «vecchi» corridori o ai loro figli.
L’interesse di Pastonesi per l’Africa su due ruote nasce nel 2006 quando decise di seguire il Tour du Faso, in Burkina Faso. «Chiesi di andarci come inviato per La Gazzetta dello Sport, dove allora lavoravo nella redazione ciclismo. Neppure sapevano che esistesse.
«Comunque mi dissero di no», racconta. «Ci andai lo stesso prendendomi le ferie. Una volta arrivato in Burkina Faso mi ritrovai assieme al gruppo dei giornalisti al seguito del giro. Mi parve di essere ritornato alle corse del primo Novecento. Un’avventura da veri pionieri, assistendo a forature, cadute, biciclette che si rompevano, corridori sbrindellati, praticamente dilettanti. Il libro, infatti, inizia con la descrizione di un arrivo particolare di quel giro, quello di Désiré Kabore che sprintando per il 72° posto andò a sbattere contro l’ambulanza. La sua bici era l’eredità di una donazione italiana, con telaio usato, componentistica abusata e pezzi di ricambio arrangiati».







