Mosca ci coltiva. Non da ora e non per caso. Ventre molle dell’atlantismo, patria del più forte partito comunista occidentale, culla negli anni Cinquanta d’un pacifismo anche nobile ma tributario d’un movimento, i Partigiani della Pace, animato dal più duro stalinista del Pci togliattiano, Pietro Secchia: questa è stata la nostra Italia contraddittoria. Che nel 1965 voleva liberarsi buttando «a mare le basi americane», come cantava Rudi Assuntino, ma nel 1969 restò indifferente (con l’eccezione della destra missina e di qualche spirito coraggioso poi confluito nel Manifesto) al sacrificio di Ian Palach per la libertà della sua Praga. Che, otto anni dopo, si «distrasse» quando i sovietici installarono ai confini con la Nato gli SS-20 in grado di colpire qualsiasi capitale dell’Ovest europeo; ma poi si infuriò contro i Cruise che gli americani schierarono in risposta a Comiso.

Poderose correnti antioccidentali e antiliberali l’hanno sempre sedotta, con una narrazione intessuta di pauperismo e altermondismo che ha collocato gli Stati Uniti e il suo storico alleato, Israele, sul banco degli imputati di un sempiterno tribunale morale. Il 7 ottobre è dimenticato in fretta. Gaza ci commuove, anche giustamente, ma come se non fosse a esso collegata. L’eccezionalismo eversivo di Donald Trump, che ha stracciato le coordinate dell’Occidente e devastato le basi etico-democratiche della Nato, ha confuso le acque. Tuttavia, certi stati d’animo sono carsici, in qualche misura ereditari e quasi sempre fruttuosi sul piano elettorale. Così si spiega la straordinaria presa d’un atteggiamento diffuso, sì, in tutte le democrazie liberali ma esaltato in Italia da un potente trasversalismo: quello dell’asse dell’irrealtà. In sostanza, il rifiuto di riconoscere un nemico, anche quando bussa alla porta. Giovanni Sartori lo chiamava «ciecopacifismo»: ma proclamare di non volere nemici non basta a non averne.