«Distruggeremo tutte le loro centrali elettriche e i loro ponti, a meno che non si siedano al tavolo delle trattative»: non è più un avvertimento partito dalla megalomania del presidente americano che tratta il mondo dall’alto in basso. L’incubo di colpire le infrastrutture civili iraniane sta prendendo corpo. Nella notte tra giovedì e venerdì le forze statunitensi hanno colpito, con una nuova ondata di raid, gli obiettivi civili nella parte meridionale dell’Iran.

Teheran ha risposto avverando l’altro incubo: allargare il fronte colpendo interessi statunitensi in tutti i Paesi limitrofi – Qatar, Kuwait, Bahrein, Giordania e Siria. Il Medio Oriente scivola verso una guerra generale, che avrà ripercussioni pesantissime sull’economia mondiale.

IRONIA DELLA SORTE, le cancellerie occidentali – pur avendo tutto l’interesse a fermare il conflitto – hanno scelto il silenzio: pronte a smarcarsi da Trump se i suoi piani dovessero fallire, o ad accreditarsi con lui se dovessero invece riuscire.

I raid americani hanno messo fuori uso sei ponti strategici, tra cui quelli di Gariyeh, Latidan, Kahurestan-Lar e Maroo, tagliando i collegamenti tra Bandar Abbas e i centri vicini. Colpiti anche una linea ferroviaria e una torre per le telecomunicazioni, la cui distruzione ha lasciato al buio intere aree circostanti. L’aeroporto di Iranshahr ha subito interruzioni di corrente, mentre lo scalo di Semnan ha riportato danni contenuti. I bombardamenti hanno raggiunto un impianto di imbottigliamento dell’acqua a Dehloran e l’area di Khondab, dove sorge un impianto per la produzione di acqua pesante già colpito in passato. Un ulteriore attacco ha distrutto una torre di sorveglianza sulla costa sud-orientale del Paese. Le immagini satellitari mostrano anche nuovi danni all’interno della centrale nucleare di Bushehr.