Un vecchio telefono fisso a disco degli anni Ottanta, interamente badilato di vernice bianca grezza, con il numero di casa scritto a penna direttamente sull’apparecchio perché il proprietario non riusciva mai a mandarlo a memoria. Un paio di stivaletti Tabi del 1991 in pelle bianca, ricoperti da scritte, messaggi e graffiti spontanei lasciati dai visitatori di una mostra parigina al Palais Galliera. Un maglione interamente assemblato unendo calzini di cotone grigio della collezione Autunno-Inverno 1991-1992 e un camice da lavoro in cotone sempre bianco, di quelli che gli stilisti e gli artigiani d’atelier indossano tra una prova e l’altra.
Non si tratta di elementi recuperati dallo svuotamento di una vecchia soffitta d’artista, ma dei lotti d’eccezione che il 9 luglio scorso hanno composto l’asta degli archivi personali di Martin Margiela. Un evento che ha segnato un punto di svolta nel collezionismo internazionale: per la prima volta nella storia della moda, uno stilista vivente ha scelto di collaborare direttamente con una casa d’aste per disperdere nel mercato una parte della propria memoria progettuale e privata.
I numeri del record: 1,3 milioni di euro e il 100% dei lotti venduti






