Cosa impedisce alle persone di comportarsi in modo immorale? E in che modo la malattia di Parkinson può aiutare a fare luce su questo fenomeno? Le due domande, che sembrano riguardare due ambiti totalmente diversi, filosofia e medicina, sono in realtà strettamente connesse. Sono infatti alla base di uno studio multicentrico coordinato da Salvatore Maria Aglioti (neurologo della Sapienza Università di Roma e dell'Istituto Italiano di Tecnologia), che ha coinvolto il Santa Lucia Irccs di Roma, l'Università di Verona, il Centro Medico Universitario Hamburg-Eppendorf e l'Università di Ghent in Belgio. Al centro dell'indagine, pubblicata su Pnas, c'è la dopamina – uno dei principali neurotrasmettitori del cervello – e il suo ruolo in un processo psicologico fondamentale ma poco noto: il senso di agentività.
Il senso di agentività
Il senso di agentività (Sense of Agency o SoA) è la percezione intuitiva di essere noi stessi la causa delle nostre azioni e delle loro conseguenze. È ciò che ci fa dire "ho mosso io il braccio", distinguendolo da un movimento riflesso o provocato da qualcun altro. Studi precedenti avevano suggerito che questa percezione di controllo influenzi la nostra condotta morale: quando ci sentiamo direttamente responsabili di ciò che facciamo, siamo più inclini a comportarci in modo onesto. Fino ad oggi, però, il meccanismo neurobiologico alla base di questo legame era rimasto poco chiaro.







