Antonio Picasso

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Bibi Netanyahu non parte più per Washington. La visita in agenda lunedì prossimo è stata rinviata a fine mese, in coincidenza con i funerali del senatore, Lindsey Graham, amico di Israele e dell’Ucraina e scomparso improvvisamente a 71 anni nei giorni scorsi. Non è chiaro se si tratti di un rinvio per sfruttare le economie di scala. Chiamiamole tali. Ovvero far sì che il premier israeliano attraversi l’Atlantico una volta sola in pochi giorni. Limitando i problemi di sicurezza. Vero è che con Trump ultimamente i rapporti si sono fatti tesi. Alla guerra con l’Iran e alla richiesta a Israele di smobilitarsi dal Libano e dalla Siria, si aggiunge la doppia inchiesta firmata dal New York Times e da Haaretz, tale per cui l’ex presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, sarebbe stato contattato dal Mossad, fin dal 2022.

Sulla vicenda solo l’ex leader iraniano si è esposto smentendo tutto. Gerusalemme non ha detto nulla. Ai complottisti questo fa pensare che, alla fine, ci sia qualcosa di vero. Bisogna poi chiedersi come l’abbiamo presa gli americani. D’altra parte, Ely Karmon, decano dei ricercatori dell’International Institute For Counter–Terrorism, l’Ict di Herzliya, non vede cosa ci sia di male. O per lo meno di strano. «Con i nemici si può parlare quando gli interessi sono comuni», commenta. Per poi ricordare i tanti precedenti. «Pochi giorni prima della Guerra del Kippur, re Hussein di Giordania venne ospitato in una guesthouse del Mossad per un incontro segretissimo con Golda Meir, in cui la informava dell’imminente attacco».