di
Elena Meli
Facili da estrarre e conservare, non comportano problemi etici come le cellule embrionali e soprattutto hanno grandi proprietà antinfiammatorie e immunomodulanti, con tante possibili applicazioni
Gli antichi egizi usavano la placenta per preparare unguenti, la tradizione di mangiarla resiste tuttora in varie culture e perfino fra i vip: Kim Kardashian ha dichiarato di averla consumata liofilizzata dopo la nascita del figlio e lo stessa ha fatto Nicole Kidman. Che cibarsene offra benefici resta da dimostrare, ma di certo la placenta espulsa dopo la nascita di un bambino è un tessuto prezioso, come il cordone ombelicale, e ora la scienza sta iniziando a capire perché, a separarne le diverse parti e utilizzarle per scopi di medicina rigenerativa. È il caso delle cellule amniotiche della placenta, le cui tante proprietà benefiche sono state raccontate durante il recente forum italo-svedese «Innovative advanced therapies: the swedish and italian vision of future medicine in hematology and beyond» ospitato a Stoccolma dall’Ambasciata d’Italia e d’Italia e promosso da Tecniplast.
Le proprietà della placentaRoberto Gramignoli, coordinatore dell’Unità di Terapie cellulari dell’Irccs Gaslini di Genova e organizzatore dell’evento assieme all’addetto scientifico dell’ambasciata italiana a Stoccolma Augusto Marcelli, spiega: «La placenta è un tessuto di cui l’uomo conosce le proprietà nutritive (e non solo) fin dalla notte dei tempi, si trova traccia dell’uso nella Torah e nei papiri egizi. Oggi abbiamo iniziato a comprenderne le prerogative: è un organo molto speciale, perché è di fatto composto da parti di due esseri umani, e per esempio ha ottime capacità di protezione del feto dal sistema immunitario della madre. La ricerca più recente si è concentrata su uno strato specifico di cellule della placenta, le cellule amniotiche». Queste cellule costituiscono la membrana amniotica, la parte più interna della placenta, e hanno ottime capacità antinfiammatorie, immunomodulanti e rigenerative che sono state dimostrate in laboratorio ma anche in clinica.







