All’inizio di luglio Cuba è rimasta ancora una volta senza elettricità. L’Unione elettrica, l’azienda statale che gestisce la produzione e la distribuzione dell’energia sull’isola, ha annunciato la “disconnessione totale” del sistema nazionale, mentre una centrale a gas a Jaruco, a est dell’Avana, riprendeva lentamente a funzionare, scrive il Miami Herald.

È la terza interruzione in pochi giorni, e ogni volta è peggio di prima. La mancanza di combustibile dovuta al blocco petrolifero imposto dall’amministrazione Trump pesa in modo insostenibile su una rete già vecchia e fatiscente.

Con le riserve azzerate non solo è impossibile affrontare i momenti di maggior carico, ma anche consentire alla rete di rimettersi in funzione in fretta dopo un’interruzione. “Il tempo necessario per riprendersi da ogni collasso è sempre più lungo rispetto a quello precedente, perché il combustibile a disposizione per avviare il ripristino è sempre meno”, spiega il sito TechTimes.

Il presidente Miguel Díaz-Canel ha dichiarato che da gennaio Cuba non riesce a importare combustibili, salvo una singola spedizione arrivata dalla Russia. Washington ha autorizzato alcune vendite al settore privato, ma le regole escludono gli ospedali pubblici, che non possono rifornire i generatori di emergenza. Le conseguenze sono drammatiche: secondo dati del governo cubano citati dalle Nazioni Unite, circa centomila pazienti attendono un intervento chirurgico a causa dei blackout e della carenza di farmaci e materiali medici.