«Ci tenevo tantissimo a parlare di Avellino, della mia terra, poiché mi sono resa conto che a livello nazionale non c’è mai stata l’attenzione necessaria a questioni che, al contrario, dovrebbero essere prioritarie. Basti pensare al rapporto che ha stilato l’Istituto Superiore di Sanità in sinergia con la Procura di Avellino guidata da Domenico Airoma». BigMama racconta la sua tesi appena discussa. Le classifiche l’hanno incoronata regina tra le artiste del rap italiano, ma adesso può sfoggiare anche la corona d’alloro che l’ha resa un’urbanista.

Marianna Mammone, per tutti BigMama, mercoledì hai conseguito la laurea al Politecnico di Milano. E nella tesi ci sono le origini di San Michele di Serino. Hai reso la tua Irpinia protagonista. Anche in negativo? «C’è un tema centrale che affronto, quello della correlazione tra salute dei singoli e condizioni ambientali. Una realtà amara che io stessa ha conosciuto, appena ventenne, mi venne diagnosticato un linfoma di Hodgkin. Era il 2020 e, sei anni dopo, continuo a mettere a disposizione la mia voce a favore della prevenzione e per denunciare, come ho scritto nella mia tesi di Laurea, che i mali che restano ignorati». Quali sono i dati? «Dagli studi emerge che il 51 per cento della popolazione irpina abita a meno di un chilometro da siti di potenziale contaminazione. Eppure in tutti i libri che ho letto per i miei studi l’Irpinia non viene mai citata, così come la tragedia dell’Isochimica resta fuori dagli ambienti accademici e, ancora, il tasso tumorale rilevato nella Valle del Sabato e, dopo più di quarantacinque anni dal sisma del 1980, gli edifici con componenti in amianto ancora abitati dalle persone». Dalla tragedia Isochimica alle morti nella Valle del Sabato, fino ad arrivare ai prefabbricati pesanti post terremoto realizzati in amianto, nel tuo lavoro di ricerca, hai delineato i fattori che possono portare allo sviluppo di malattie oncologiche. C’è un grave allarme riguardo al contesto ambientale. Perchè? «Per la mia ricerca ho voluto fare un focus proprio sull’Avellinese a partire anche dalle ricerche commissionate dal procuratore Airoma, ricostruendo pure i percorsi di denuncia fin qui portati avanti da associazioni di cittadini, stampa e Procura. “Metastasi della città. Salute, ambiente e pianificazione urbana. Una ricerca che parte dall’Irpinia”, è questo il titolo dell’elaborato finale che ho portato davanti alla commissione universitaria milanese e che ha avuto come relatrice Elena Granata, tra le più affermate urbaniste italiane». Un’opera, dunque, dal grande valore accademico, ma che si fonde pure a quello umano. Come?«L’obiettivo è stato quello di denunciare quanto accaduto, e ancora accade, in un’area del Paese spesso dimenticata. E, allo stesso tempo, rendere omaggio a chi per una malattia oncologica è andato via, a quanti ancora stanno lottando e pure ai camici bianchi che se ne fanno alleati. Una denuncia per una presa di coscienza collettiva che provo a delineare nelle mie pagine». Che ti aspetti? «Mi auguro che questo lavoro possa servire a riaccendere l’attenzione, a livello nazionale, su quanto ancora c’è da fare a tutela della salute nella mia terra. Sono convinta che se ci fosse più interesse, civico e soprattutto istituzionale, potrebbero esserci anche più soluzioni». C’è disinteresse? «Non possiamo arrenderci all'idea che la nostra provincia venga considerata di Serie B su scala nazionale e, per questo, alla nostra comunità non venga garantita la dignità nella vita e, poi, nella malattia». Dalla mole di documenti consultati, dalla varietà degli esperti e dei testimoni diretti ascoltati nella tesi emerge chiara la volontà di dare eco a una terra che, spesso, si è ammalata pure di assuefazione davanti alle troppe morti inspiegate. È così?«L’idea di trattare questo argomento, appunto della relazione tra l’ambiente e le malattie oncologiche, mi è venuta per dare delle risposte innanzitutto a me stessa. Non soltanto per la malattia che ho affrontato in prima persona, ma perché la mia famiglia è stata dilaniata da morti per patologie oncologiche. E inoltre, allargando lo sguardo, continuavo a rendermi conto che la stessa storia si ripeteva in tante famiglie del mio paese e, ancora, di quelli vicini». Perché accadeva? «Il mio è stato un grido di indignazione: il pericolo era sotto gli occhi d i tutti, bastava mettere insieme i dati, analizzare la storia».La dedica in calce è, perciò, alle vittime del cancro e ai loro familiari. Si è commossa? «Ho pensato agli ammalati ma anche al medico Michele Ciminiello, ematologo irpino, che per primo mi ha indirizzata verso le cure. Continuerò a farmi portavoce della battaglia per l’ambiente e per la salute, a cominciare dalla mia terra».