Lopeei, piccola area rurale della contea di Bokora nel distretto di Napak, si trova nel cuore della Karamoja, la regione con i tassi di povertà più alti di tutto l’Uganda. Addentrandoci nei suoi meandri più remoti, dove solo sporadici villaggi interrompono l’immensa savana semi-arida, si raggiunge una piccola scuola.

L’aula è essenziale, tetto di lamiera sorretto da travi di legno grezzo, panche e banchi scuri, pareti chiare segnate dal tempo. Sui muri, cartelloni didattici illustrano il ciclo riproduttivo dei bovini, con disegni dettagliati degli organi e annotazioni accurate: uno degli argomenti fondamentali per bambini che crescono in una terra dove la pastorizia è l’unico orizzonte di vita. Quel giorno, però, non si tiene lezione. Una trentina di capi villaggio sono riuniti sulle panche di legno. Uno dopo l’altro si alzano per prendere la parola su una delle piaghe della Karamoja: il traffico di bambini.

TRA I COORDINATORI dell’incontro c’è Michael Tumwesigye, ricercatore che, attraverso Panameet Africa Ltd, ha curato un’indagine approfondita sul fenomeno. Nel suo ufficio campeggia un grande cartellone con la scritta «Stop Child Trafficking». È lui a spiegare come, in questi villaggi isolati, il traffico di minori sia un meccanismo sistemico e radicato. Spesso organizzati da intermediari o, in alcuni casi, persino da anziani della comunità, i trafficanti reclutano o acquistano bambini promettendo loro opportunità di lavoro o istruzione in città. Secondo lo studio di Panameet Africa proprio nel distretto di Napak, circa il 14% dei bambini ha sperimentato forme di tratta in un arco di soli quattro mesi. Spesso sono le stesse famiglie a facilitare il processo, schiacciate dalla disperazione economica. Non stupisce che l’Uganda National Household Survey indichi che in Karamoja il 74,2% della popolazione è in stato di povertà, quasi cinque volte la media nazionale.