Genova è uno spartiacque, non perché sia di per sé un evento assolutamente eccezionale. La violenza esercitata dallo Stato era già emersa in altre piazze e in altri contesti, la tortura nelle carceri e nelle caserme non rappresentava una novità e l’abuso di potere accompagna da sempre il monopolio della forza. Eppure, Genova costituisce una cesura che continua ad attraversare il nostro presente, perché rende tutto questo visibile dentro un evento che assume una forza paradigmatica e, nello stesso tempo, traumatizza profondamente la trasmissione politica tra generazioni.

Esiste infatti una differenza profonda tra chi ha vissuto la lunga preparazione di Genova, contribuendo a costruire il senso politico di una sfida contro la globalizzazione neoliberista, e la generazione di chi Genova l’ha vista accadere, ne ha conosciuto le immagini e la portata attraverso le televisioni, i giornali e il lavoro di ricostruzione, ma non ha potuto essere parte di quella esperienza collettiva. Io mi trovo esattamente sul confine tra queste due generazioni.

Nell’estate del 2001 frequentavo già il collettivo della mia scuola e stavo scoprendo quella felicità politica che nasce dal pensare insieme, dal costruire relazioni e dal riconoscersi compagne e compagni. Pochi mesi dopo ho visto tornare da Genova le persone che c’erano state come tornano i reduci. È un’immagine che continuo a trovare difficile da abbandonare, non tanto per la sua forza evocativa, quanto perché restituisce con precisione la sensazione di un’interruzione. Per decenni i collettivi delle scuole superiori sono stati luoghi di trasmissione di saperi, pratiche, linguaggi, modi di leggere il presente e di immaginare il futuro; si imparava a fare politica attraverso una genealogia condivisa che, pur nelle differenze tra culture politiche, organizzazioni e sensibilità, permetteva di riconoscersi dentro una storia comune.