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Francesco Battistini

Fedorov paga la troppa ambizione e le liti con il capo dell’esercito. Il leader: voglio unità

Riceve Keith Starmer, ultima visita da premier inglese, e lo ringrazia: quanto sono serviti, i 15 miliardi in armi ricevuti da Londra. Nomina Serhii Koretskyi, primo giorno da premier ucraino, e lo esorta: quanto servirà, l’uomo di Naftogaz, per gestire i blackout del prossimo inverno. Silura Mykhailo Fedorov, ultimo giorno da ministro della Difesa, e lo congeda: l’ho cacciato io, ammette, perché non andava d’accordo col comandante in capo Oleksandr Syrsky e «un presidente in guerra non dovrebbe essere costretto a prendere queste decisioni: io voglio l’unità, ma loro non sono riusciti a raggiungerla. Non s’incontravano mai senza di me...». Al suo posto, ad interim, il comandante del servizio segreto militare (Sbu) Evhenii Khmara.

Giornata d’addii e di veleni, per Volodymyr Zelensky. Spinto al terzo rimpasto in 53 mesi di guerra. L’ennesimo terremoto: anche i due predecessori alla Difesa erano durati solo 180 giorni, come Fedorov. E s’erano schiantati pure loro contro il generale Syrsky (che è sempre rimasto dov’è) e una certa invidia, che non manca nemmeno sotto le bombe. La caduta di Fedorov fa fragore: se l’offensiva ucraina va meglio, è perché lui ne ha rivoluzionato la strategia, puntando più sui droni e meno sulla carne da cannone, alzando la paga dei soldati, alleggerendo le pene per gl’imboscati, aprendo ai mercenari stranieri e ai reclutatori privati, offrendo ai veterani maggiori opportunità di congedo. L’hanno lasciato fare, per un po’.