<p>La convocazione dell’<strong>ambasciatore russo </strong>da parte della <strong>Francia </strong>e il pacchetto di <strong>sanzioni europee</strong> non sono soltanto una risposta ad attacchi informatici.

Sono un atto politico.

L’Europa ha trasformato un dossier tecnico in una questione di rapporti di forza, indicando un avversario e imponendogli un costo.<span contenteditable="false"> </span> </p> <p> </p> <p>La novità non è l’esistenza delle operazioni russe.

Da anni servizi di intelligence, gruppi criminali, hacktivisti e società private convergono in un ecosistema capace di spiare, destabilizzare e colpire.

La novità è la risposta formale, che colloca la <strong>Cyber </strong>su una <strong>scala politica</strong> vicina a quella riservata all’uso della forza.<span contenteditable="false"> </span> </p> <p>Per decenni questo dominio ha beneficiato di un margine di ambiguità che lo manteneva ai confini della <strong>deterrenza</strong> classica.