È stato uno dei primi concerti dell’estate ad esaurire la prevendita, perché l’opportunità di ascoltare Jacob Collier con la ricchezza espressiva di una formazione sinfonica come quella Naonis Orchestra che lo affianca stasera sul palco degli Arcimboldi non lascia spazio a incertezze o perplessità. Il formidabile talento britannico è stato una delle ultime grandi intuizioni di Quincy Jones, a cui una quindicina di anni fa bastò imbattersi in un suo video, realizzato tra le quattro parerti della cameretta, per innamorarsene perdutamente. Da lì s’è innescando un circolo virtuoso che ha portato Collier in breve tempo sui palchi di festival prestigiosi e a collaborare con artisti di grido quali Coldplay, Herbie Hancock, John Mayer, Stormzy, Oumou Sangaré, Tori Kelly, Anoushka Shankar, Hans Zimmer. “Stevie Wonder e Prince hanno suonato tutti gli strumenti nei loro album, ma in studio di registrazione. Io ho fatto tutto in una stanzetta sul retro di casa mia, e poi ho vinto due Grammy” ricorda il già “enfant prodige” londinese, oggi trentunenne, tornando al suo primo, folgorante, “In my room”, debut-album a cui sono seguiti i quattro capitoli del progetto discografico “Djesse” e infine “The light for days” che nel frattempo hanno allargato la collezione di Grammy a sette. Anche se è dal vivo che il fenomeno Jacob aggiunge la sua dimensione più deflagrante, col coinvolgimento diretto del pubblico e una qualità sonora molto al di là delle sue più sfrenate fantasie del suo passato di (ex) youtuber.