Gladiatore, l’uomo chiamato Tropico, si era sentito già, «ma in qualche situazione che è meglio non raccontare». Entrando però nell’anfiteatro di Pompei, protagonista stasera e domani di due concerti sold out nell’ambito di «Bop», più che ai mirmilloni e ai reziari, l’uomo nato Davide Petrella penserà, come gran parte del mucchio selvaggio rockofilo, ai Pink Floyd. «Per me sono nell’empireo con i Beatles e quel live diventato film è una pagina importante di storia del rock», spiega. Riccardo Muti all'anfiteatro: «Con i ragazzi a Pompei voglio parlare al cuore»
A proposito, ma «Pink Floyd» non è il titolo di un tuo brano? Lo hai inserito in scaletta? «Non sveliamo troppo, ma sì, è un mio pezzo in cui c’era anche Ghali, anche se il gruppo inglese in fondo c’entrava poco». Va bene, partiamo dai due live, che scaletta hai preparato? «Ho allargato quella degli show indoor, la cornice è strepitosa, abbiamo fatto un sopralluogo e siamo rimasti senza fiato. Soprattutto, avendo il violino a mia disposizione, ho scelto pezzi che potesse valorizzare».A proposito, credo di non averti mai chiesto perché hai deciso di chiamarti Tropico, di usare il nome di battesimo solo per la carriera da autore col golden touch: «Logico#1» (Cremonini), «Pamplona» (Fabri Fibra/Thegiornalisti), «Tua per sempre» (Elisa), «Bravi a cadere» (Marracash), «Rolls Royce» (Achille Lauro), «Guaranà» (Elodie), «Cenere» (Lazza), «Due vite» (Mengoni)... «Il mio primo disco solista, “Litigare”, del 2018 portava il mio nome e cognome. Poi mi sono accorto che volevo tenere l’autore e il cantautore su due piani diversi. Così tra una lettura di Arthur Miller ed un viaggio a Cuba sono diventato... Tropico». Visto che abbiamo citato alcuni dei tuoi interpreti, ne hai invitato qualcuno all’anfiteatro? Ospiti? «Sì, come sempre quando suono dalle mie parti: mammà e papà». Sistemato il fronte del palco, su quello della scrittura che periodo è? Tropicale o Petrellifero? «Sono mesi che ho iniziato a girare l’Italia per il mio prossimo album. Voglio fare le cose ancora più in grande, nel senso di per bene. Musicisti, produttori, tecnici del suono: gli incontri importanti fanno le canzoni importanti. Petrella sta lavorando pochissimo in questo periodo». Si vede che Tropico non gli lascia spazio. Anche perché Stefano De Martino lo vorrebbe in gara a Sanremo. «Uh... Il Festival l’ho fatto da autore, l’ho pure vinto da autore, ma in carne ed ossa ci andrei solo avendo la canzone giusta. So che dicono tutti così, ma è vero, ho consapevolezza di cosa significhi il teatro Ariston. Sono contento, però, che il prossimo giro di giostra sia di Stefano, e non solo perché siamo corregionali, ma perché finalmente c’è qualcuno che, per età, è connesso con la musica che ci gira intorno. Farà bene». Già ma la musica che ci gira intorno com’è? «Poca roba, sempre meno originale. Non ripeto la solita solfa che non ci sono più i Pino Daniele, i Lucio Dalla, i Lucio Battisti, i Fabrizio De André, gli Ivano Fossati di una volta. Sarebbe stupido, banale, scontato. Però è vero. E oggi chi ha un successino copia quello che ha fatto il successino prima di lui, volando basso». Come vola il tacchino, per dirla alla Guccini ed evitando di pensare alla mosca di Lolli? «Più o meno è così. Si scrive troppo pensando al consumo immediato, dimenticando le regole auree del pop, che deve emozionare, tenere insieme forma e contenuto, essere comunicazione immediata, semplice, ma non inconsistente». Ma Petrella ha un sogno nel cassetto da autore? Da chi vorrebbe essere cantato? «Più che un desiderio è un rimpianto, anzi almeno due. Sono cresciuto con Pino Daniele e Lucio Dalla, collaborare con loro sarebbe stato fantastico». Prima della carriera solista ci sono stati i tre album con Le Strisce. Hai poi capito cosa non funzionò ad inizio anni Dieci? «Innanzitutto in Italia le band non hanno mai funzionato molto. E, poi, forse ero acerbo, mettevo giù buoni spunti, ma li sprecavo. Ero una capatosta, adesso speriamo di averla sbattuta così tante volte da aver imparato». Sul palco con lui stasera e domani: Andrea De Fazio, batteria; Luigi Scialdone, basso; Alessandro «Doc» De Crescenzo, chitarra; Alessio D'Amaro, chitarra; Michele De Finis, chitarra; Josh Salzillo, tastiere; Caterina Bianco, violino/cori; Fabiana Martone, cori.







