Garantire un congedo pagato e rifiutare il ricatto tra la salute e il reddito nelle ore più calde della canicola. È la rivendicazione più immediata che ha spinto ieri i rider aderenti al Nidil Cgil a scioperare e manifestare a Milano, Bologna e a Firenze, anche in vista di un tavolo che si svolgerà al ministero del lavoro con le associazioni del settore (Assodelivery e Conftrasporti). Alla base della mobilitazione c’è la richiesta di superare il cottimo e il riconoscimento della subordinazione lavorativa dei ciclofattorini che sono, nei fatti, eterodiretti da aziende come Glovo e Deliveroo attraverso gli algoritmi.

Hanno anche un nome: Jarvis per Glovo, Frank per Deliveroo. È uno dei casi patologici ricorrenti tra i caporali digitali: la tecnologia viene umanizzata, mentre i lavoratori in maggioranza migranti (doppiamente ricattabili) sono invisibili o identificati solo con il marchio delle borse frigo che trasportano sulle spalle. I rider hanno denunciato un peggioramento dei compensi (3 euro lordi a viaggio) e consegne in diminuzione, nonostante il settore non sia in crisi.

I governi, a cominciare da quello di Giorgia Meloni, non intendono riconoscere lo statuto dei rider in quanto lavoratori subordinati. Le aziende fanno un uso strumentale del lavoro autonomo. Non essendo dipendenti, i fattorini non hanno diritto a una «cassa integrazione» se si fermano per il caldo estremo. Dovrebbero essere le aziende a versare l’indennizzo per «rischio climatico». Finora hanno fatto muro. Assodelivery ieri ha sostenuto di proteggere comunque i rider. E poi c’è il caos normativo. In alcune regioni i fattorini devono fermarsi nelle ore più calde, in altre no. I cortei hanno chiesto pari tutele al di là delle forme giuridiche del lavoro. Un problema generale, non solo del food delivery. Una domanda di giustizia che non trova risposta in uno dei sistemi sociali più iniqui d’Europa.