Fino a qualche anno fa era un festival poco noto, che radunava in posti sempre diversi star del pop costruite su modelli difficilmente esportabili. Oggi Eurovision è probabilmente la kermesse musicale più chiacchierata del mondo. Peccato che ad attirare l’attenzione non sia tanto la musica ma la disputa sulla partecipazione di Israele: alle perplessità (ingiustificate, come vedremo) sulla presenza in gara di un Paese non europeo, si è aggiunta dal 2023 la pressione per il boicottaggio culturale di uno Stato che è sotto processo per genocidio e altri crimini di guerra, e che è stato anche accusato di aver manipolato il voto popolare durante le ultime edizioni del festival, e di essere riuscito solo per questo ad raggiungere il secondo posto. A chiedere ufficialmente l’esclusione di Tel Aviv – come già successo per Mosca dopo l’aggressione dell’Ucraina – sono stati finora Irlanda, Islanda, Olanda, Slovenia e Spagna, che non hanno partecipato all’edizione di quest’anno. Uno dei posti lasciati liberi alla prossima finale sarà occupato da un nuovo concorrente, in arrivo dal Canada: lo Stato nordamericano ha appena annunciato la sua adesione all’European Broadcasting Union, che organizza la kermesse. Si allarga così il numero dei partecipanti non europei. E in effetti non è un’eccezione, anzi: malgrado l’allusione all’Europa contenuta nel suo nome, la gara è stata aperta fin dalla sua fondazione a concorrenti di Asia e Africa. È una storia poco nota, racconta in un long-form di Una Hajdari su New Lines Magazine, rivista di un think tank statunitense particolarmente attento al Medio Oriente: il fondatore è un imprenditore di origine irachena, Ahmed Alwani; il direttore Hassan Hassan è nato in Siria e ha pubblicato una lunga inchiesta sull’oppressione degli uiguri che è stata alla base dell’accusa di genocidio avanzata contro la Cina dal Tribunale Uiguro in esilio nel Regno Unito. «Spesso la gente vede l’Eurovsion come uno strumento di integrazione europea e di pacificazione postbellica, ma non è così», ha detto a Hadjari Dean Vuletic, esperto di storia dell’Eurovision. Del consorzio fanno parte fin dall’inizio Libano e Tunisia, mentre Siria ed Egitto si sono dimessi nel 1958, quando ha aderito Israele. E vent’anni fa la richiesta di far partecipare un rappresentante dello Stato di Palestina è stata rifiutata. Dei sette Paesi arabi che sono ancora membri dell’Ebu, solo uno ha partecipato alla competizione: il Marocco, ma in una edizione a cui Israele aveva rinunciato perché cadeva nel giorno di una festa religiosa.Hajdari ricorda che la defezione di Irlanda e Spagna è particolarmente dolorosa, perché la prima detiene il record di vittorie (a pari merito con la Svezia, altro colosso dell’industria del pop) mentre la Spagna è la principale finanziatrice del consorzio. Il sito di Eurofestival dice che a fine giugno, l’Italia non aveva ancora confermato la sua partecipazione all’Eurovision 2027. Ma il futuro presentatore del Festival di Sanremo, Stefano De Martino, ha già annunciato una novità: non sarà il vincitore a rappresentare l’Italia, ma un cantante scelto durante una serata ad hoc. L’ultima vittoria italiana è quella dei Måneskin nel 2021: la campagna della società civile per il boicottaggio di Israele e quella del governo Netanyahu per conquistare voti erano ancora di là da vanire, e la concorrente israeliana si è fermata al diciassettesimo posto.