Con un post su Truth Social, Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti imporranno un prelievo del 20% sulle merci in transito nello Stretto di Hormuz per "rimborsare" l’America dei costi di sicurezza. Autoproclamatosi "guardiano dello Stretto", il presidente ha delineato uno scenario che rischia di trasformare la rotta marittima più sensibile del pianeta in un vero e proprio "casello geopolitico".

La mossa non solo appare come uno strappo al diritto internazionale, ma mette anche a nudo una profonda e imbarazzante frattura all’interno dell’amministrazione statunitense. Appena poche settimane fa il segretario di Stato Marco Rubio e il vicepresidente JD Vance avevano ribadito senza esitazioni l’impossibilità, per qualsiasi Paese, di imporre pedaggi su vie d’acqua internazionali come Hormuz. Questa repentina e clamorosa smentita erode la credibilità negoziale di Washington e solleva interrogativi pesanti su chi orienti realmente la politica estera americana.

Sul piano commerciale e giuridico, le implicazioni sono dirompenti. Lo Stretto di Hormuz è un collo di bottiglia cruciale per l’energia mondiale: nel 2024 vi sono transitati circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a un quinto del consumo globale e al 7% delle importazioni statunitensi. Applicare una tariffa del 20% equivarrebbe a introdurre una formidabile "tassa geopolitica" sull’economia internazionale. L’iniziativa si scontra inoltre con i principi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), che tutela il diritto di "passaggio in transito" continuo e rapido. Pur non avendo mai ratificato formalmente la Convenzione, gli Stati Uniti ne hanno a lungo invocato le norme consuetudinarie per difendere la libertà di navigazione: un paradosso che ora incrina l’equilibrio della loro politica estera.