Il cardiologo originario di Lamezia Terme, che vive e lavora in Campania, torna a denunciare l'assenza di una strategia strutturale sulla cardioprotezione: "Combattere l'arresto cardiaco è un dovere sociale. Non basta inaugurare defibrillatori e poi dimenticarli. Servono formazione, controlli, accessibilità dei DAE e una grande opera di sensibilizzazione"
La morte di un bagnante colto da un malore in Calabria riporta drammaticamente al centro dell’attenzione il tema della cardioprotezione delle spiagge e dei luoghi ad alta affluenza. A intervenire è il cardiologo Giuseppe Colangelo, originario di Lamezia Terme, che, pur vivendo e lavorando in Campania, mantiene un forte legame con la Calabria, testimoniato dalle numerose iniziative di prevenzione e sensibilizzazione promosse negli anni insieme all’associazione Calabria Cardioprotetta, di cui è presidente onorario.
Una visione limitata
Cardiologo stimato in Campania e conosciuto anche fuori regione per il suo impegno nella prevenzione cardiovascolare e nella diffusione della cultura dell’emergenza, Colangelo ha fatto della cardioprotezione una vera battaglia civile. Solo pochi giorni fa aveva lanciato l’ennesimo appello alle istituzioni chiedendo una mappatura pubblica e aggiornata dei defibrillatori, DAE funzionanti e immediatamente accessibili, controlli periodici dei dispositivi e una formazione capillare della popolazione: “Il primo pensiero va alla vittima e alla sua famiglia. Non sappiamo se, nel caso specifico, la presenza o l’utilizzo tempestivo di un defibrillatore avrebbe potuto modificare l’esito. Sarebbe scorretto affermarlo senza conoscere le cause del decesso e la dinamica completa dei soccorsi. Ma questa necessaria prudenza non può diventare l’alibi per continuare a ignorare un problema noto e segnalato da anni”. Colangelo denuncia soprattutto una concezione della cardioprotezione troppo spesso limitata all’acquisto e all’inaugurazione dei dispositivi: “Non basta comprare un defibrillatore, tagliare un nastro, scattare una fotografia e pubblicare un comunicato stampa. Troppi DAE vengono inaugurati e poi dimenticati: dispositivi non sottoposti a controlli periodici, con batterie scariche o piastre scadute, collocati in luoghi chiusi o comunque non immediatamente accessibili. Un defibrillatore inutilizzabile nel momento dell’emergenza è soltanto un’illusione di sicurezza”.










