Foto di Alesia Kozik
“La cultura della prevenzione va radicata prima che diventi obbligo, non quando è ormai percepita solo come rischio sanzionatorio”. Le parole, e le proposte, sono del colonnello dei Carabinieri e già Capo del Centro della Direzione Investigativa Antimafia Triveneto. Il tema, per un Paese come l’Italia che è al 69esimo posto nella graduatoria dei Paesi secondo il livello di corruzione percepita, non di quelli da nascondere sotto il tappeto come la polvere. L'antiriciclaggio quindi, dovrebbe essere prima un fattore culturale che tecnico. Poi, certo, ci sono figure professionali che devono essere in grado di notare tutte le piccole sfumature che potrebbero portare a degli illeciti. Su questo è stato da poco pubblicato un Report della banca d’Italia che ci dona una fotografia del nostro Paese. È il rapporto annuale della UIF, cioè l’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia. Leggi anche: Indice percezione corruzione: Italia arretra per il secondo annoPer il 2025 ci dice che le segnalazioni di operazioni sospette ricevute dalla UIF sono state 162.059, in aumento dell’11,5% rispetto all’anno precedente. Dopo due anni di riduzione, quindi, il sistema antiriciclaggio italiano torna a registrare una crescita dei flussi segnaletici. Ma il dato, da solo, racconta solamente una parte della storia. L’aumento infatti è legato soprattutto alle segnalazioni connesse a truffe e frodi informatiche, sostenute anche dall’attività di intermediari di recente iscrizione e specializzati nell’operatività online.Che cosa sono le SOSPrima di entrare nei numeri, però, è utile ricordare che cosa sono queste segnalazioni. Le SOS, cioè le segnalazioni di operazioni sospette, non indicano automaticamente un reato. Sono piuttosto un campanello d’allarme. Banche, intermediari finanziari, professionisti, operatori del gioco, soggetti attivi nel commercio dell’oro, operatori in valuta virtuale e altri soggetti devono trasmettere obbligatoriamente alla UIF le informazioni su operazioni che, per caratteristiche, oppure importi o modalità, oppure per un contesto particolare, possano far emergere delle ipotesi di riciclaggio. La UIF poi analizza queste informazioni e, nel caso le ritenesse rilevanti, le trasmette alla magistratura per delle eventuali indagini nel caso ci sia un’ipotesi di reato.Sono quindi un segnale, o meglio uno dei tanti, per capire la situazione del nostro Paese. Nel 2024 le segnalazioni erano state 145.401 mentre nel 2025, come abbiamo visto, sono diventate 162.059. L’aumento interrompe quindi la tendenza al calo registrata nei due anni precedenti: nel 2023 le SOS erano diminuite del 3,2%, nel 2024 del 3,3%, mentre nel 2025 crescono dell’11,5%.Chi segnala di piùAncora una volta le banche e Poste si confermano il settore da cui arrivano più segnalazioni. Nel 2025 hanno trasmesso il 58,4% del totale, con un incremento del 26,8% rispetto all’anno precedente. Al contrario, gli altri intermediari finanziari registrano una contrazione del 20,3%, legata soprattutto alla riduzione dei flussi degli istituti di moneta elettronica e degli istituti di pagamento.Crescono invece, di molto, le segnalazioni che arrivano dagli operatori non finanziari, con un +77,6% rispetto allo scorso anno. Qui bisogna fare un piccolo focus. A pesare nelle segnalazioni sono soprattutto i soggetti attivi nel commercio dell’oro e nella fabbricazione o commercio di oggetti preziosi, per il resto invece, rimangono sostanzialmente stabili i professionisti, quasi interamente notai, mentre aumentano un po’ anche le segnalazioni trasmesse dai prestatori di servizi di gioco.C’è però anche un dato in controtendenza e riguarda la pubblica amministrazione. Le comunicazioni provenienti dalle PA diminuiscono infatti del 58,8%, passando da 1.264 nel 2024 a 521 nel 2025. Il loro contributo resta quindi marginale rispetto al totale complessivo. È un punto non banale, soprattutto in un Paese in cui appalti, contributi pubblici, bonus, agevolazioni e fondi europei continuano a rappresentare settori sensibili rispetto ai rischi di abuso, corruzione e infiltrazione criminale.Il riciclaggio passa anche dal digitaleLa trasformazione più evidente riguarda però il modo in cui si muove il denaro. Nel rapporto, la UIF scrive che l’innovazione finanziaria e tecnologica ha “trasformato alcuni rischi, estendendoli ai canali digitali e aumentando la scala e la complessità delle attività criminali. Criptoattività, IBAN virtuali, carte virtuali e ATM non bancari si affiancano così al contante e ai beni di valore, rendendo più opachi i percorsi del riciclaggio”.Non si tratta però di una sostituzione completa perché il contante resta. Quello che diventa delicato seguire, in questo caso, sono tutte le criptoattività perché è vero che da un lato, la tecnologia blockchain consente di tracciare le transazioni, ma al tempo stesso, l’identità delle controparti resta difficile da ricostruire, anche per effetto della crittografia degli indirizzi e dell’uso di strumenti pensati per aumentare la privacy. Nel 2025, spiega ancora il rapporto, le segnalazioni relative alle criptoattività sono tornate a crescere anche grazie al contributo dei prestatori di servizi attivi nel comparto. Le analisi della UIF hanno riguardato casi di truffe, piattaforme compromesse, vulnerabilità dei canali digitali, acquisti sul dark web e utilizzo di strumenti che complicano la tracciabilità dei flussi. In alcuni schemi di riciclaggio è emerso anche il ricorso alla finanza decentralizzata, cioè a protocolli automatizzati che possono essere usati per convertire criptoattività senza passare da intermediari tradizionali.Frodi informatiche, truffe e nuovi circuiti criminaliIl rapporto segnala poi un aumento importante delle SOS riconducibili a contesti di truffe e frodi informatiche. È uno dei dati più significativi, perché collega il tema del riciclaggio a fenomeni ormai molto presenti nella vita quotidiana: furti d’identità, phishing, false piattaforme di investimento, truffe online.I soldi sottratti alle vittime devono essere spostati rapidamente, per questo le frodi informatiche non sono solo un problema di sicurezza digitale individuale, ma anche un tema di criminalità economica.La UIF, nel 2025, ha trattato complessivamente 163.888 segnalazioni di operazioni sospette e ha valutato con l’analisi aggregata 43.112 SOS relative a carte, giochi, criptoattività e money transfer. Sono numeri che danno la misura della quantità di informazioni che ogni anno attraversano il sistema antiriciclaggio.Mafie ed economia legaleC’è poi il capitolo della criminalità organizzata. Anche qui il rapporto è chiaro: le analisi rilevano la presenza della criminalità organizzata in un ampio spettro di fenomeni di riciclaggio. Non parliamo solo di capitali che derivano da traffici illeciti e vengono reinvestiti in attività economiche, parliamo anche della capacità delle organizzazioni criminali di entrare nei punti deboli dell’economia legale.Una parte dell’analisi strategica della UIF si concentra infatti sulle imprese in condizioni di fragilità finanziaria. È chiaro che un’impresa in difficoltà fa gola alle mafie. Detto in modo più tecnico il rapporto spiega che un peggioramento significativo del merito creditizio di un’impresa può aumentare la probabilità di una successiva infiltrazione criminale. Inoltre, in presenza di restrizioni creditizie, le imprese infiltrate tendono a sopravvivere di più rispetto a imprese simili non vicine ad ambienti mafiosi, pur mostrando cali analoghi dell’attività, dell’occupazione e della redditività.È un passaggio importante, perché aiuta a leggere la funzione economica delle mafie. In alcuni casi, la criminalità organizzata può agire come una sorta di finanziatore di ultima istanza, permettendo la sopravvivenza di imprese che in un mercato sano non riuscirebbero a restare competitive. Il risultato è una distorsione dei meccanismi di mercato, con effetti negativi sulla concorrenza e sulla produttività.Leggi anche: Aziende "criminali": la presenza delle organizzazioni mafiose in VenetoQuindi il punto non è solo “dove finiscono i soldi delle mafie”. Il punto è anche che cosa producono quei soldi quando entrano nell’economia legale. L’abbiamo analizzato già attraverso uno studio dell’Università di Padova, le aziende alterano la concorrenza, drogano alcuni settori, costruiscono reti di dipendenza e rendono più difficile distinguere ciò che è formalmente legale da ciò che è economicamente contaminato.Il caso VenetoIl Veneto, in questo quadro, resta una delle regioni da osservare. Nel 2025 le segnalazioni di operazioni sospette registrate nella regione sono state 10.507, pari al 6,5% del totale nazionale. Sono leggermente meno rispetto al 2024, quando erano state 10.758, con un calo del 2,3%. Il dato veneto è quindi in controtendenza rispetto alla crescita nazionale dell’11,5%, ma resta comunque tra i più alti del Paese. Non significa, ovviamente, che ogni segnalazione corrisponda a un reato. Significa però che in una regione ad alta intensità produttiva e commerciale continua a circolare una quantità rilevante di operazioni finanziarie che i soggetti obbligati ritengono meritevoli di attenzione.Il Veneto compare anche tra le regioni con gli importi totali più elevati nelle operazioni in contante, insieme a Lombardia, Campania, Lazio e Sicilia. Le cinque regioni, considerate insieme ed escludendo le operazioni effettuate tramite gestori del contante, rappresentano quasi il 53% del valore complessivo. Anche in questo caso non c’è un automatismo tra contante e illegalità, ma il contante resta uno degli strumenti più sensibili per chi si occupa di antiriciclaggio, proprio perché rende più difficile seguire i passaggi del denaro. Le segnalazioni servono davvero?Una domanda che torna spesso quando si parla di segnalazioni di operazioni sospette è se queste informazioni servano davvero alle indagini. Nel biennio 2024-2025 la Guardia di Finanza ha comunicato alla UIF circa 44.400 feedback positivi, l’84% dei quali riferiti a segnalazioni classificate a rischio medio-alto o alto. Per la Direzione Investigativa Antimafia la quota sale al 92%. La Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo ha invece fornito circa 8.700 riscontri di interesse, con l’86% delle segnalazioni collocate nei livelli di rischio più elevati.Tradotto: le SOS non sono solo burocrazia. Non tutte portano a un’indagine, non tutte fotografano un reato, non tutte hanno lo stesso peso. Ma una parte consistente delle segnalazioni classificate come più rischiose trova poi riscontri investigativi.






