Ambrogio

Mario Alberto Marchi

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Ogni corsa in metropolitana, a Milano, è coperta solo in minima parte da chi la compie. Biglietti e abbonamenti valgono appena un terzo del costo effettivo del trasporto pubblico locale; il resto arriva dai fondi nazionali, fermi da anni, e per oltre un terzo dal bilancio comunale, che sul trasporto investe più di ogni altra città italiana, oltre 800 euro l’anno per abitante. Il disavanzo previsto del sistema milanese ha superato i trecento milioni. Dietro il tornello, insomma, non transita una merce che si ripaga da sé, ma un servizio che la collettività sceglie di sostenere.

Quella scelta torna visibile ogni volta che si discute di tariffe. Per il 2026 il biglietto è rimasto a 2,20 euro: una delibera regionale impone l’adeguamento all’inflazione, e Palazzo Marino ha preferito coprire la differenza con risorse proprie anziché scaricarla sugli utenti, mentre Regione e Trenord hanno optato per il rincaro. «Aumentare non è obbligatorio, è una scelta politica», ha sintetizzato l’assessora Arianna Censi. La scelta, però, ha un prezzo crescente: dal 2019 l’inflazione è salita del 19,3%, il fondo nazionale destinato all’agenzia di bacino molto meno, con un ammanco stimato in quasi sessanta milioni.