All’apparenza potrà sembrare attività di routine, quella esercitata ieri da Giorgia Meloni e dai “pezzi grossi” del suo governo, il ministro della Giustizia, Nordio, e dell’Interno, Piantedosi: una “passerella” facile in memoria di illustri vittime della mafia (Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e le rispettive scorte), nomi tanto sacri da riuscire ad annullare qualsiasi pericolo di contrapposizioni e polemiche. Ma sarebbe un errore liquidarla in questo modo. La scelta del governo è stata ponderata e a fondo valutata, voluta probabilmente come prima mossa in una partita che potrebbe essere di avvicinamento ad un mondo, quello dell’antimafia sociale e della magistratura, non sempre in sintonia col potere politico, come dimostrano le recenti “battaglie” culminate nella sconfitta governativa sul referendum che avrebbe dovuto “normalizzare” i giudici e le loro istituzioni. Si può dire, perciò, che comincia da Palermo, nel nome di Falcone e Borsellino, il tentativo di ricucire (almeno fino alla data delle nuove elezioni) un rapporto a lungo stressato da visioni diverse, spesso opposte, della gestione del potere giudiziario. E la presenza del ministro Nordio accanto a Giorgia Meloni può essere la rappresentazione plastica di questo “progetto”, visto che proprio il Guardasigilli è stato quello che più si è speso nel braccio di ferro coi “colleghi magistrati” spesso tirando in ballo il nome di Giovanni Falcone e accostandolo alle proprie posizioni, non sempre a proposito, tanto da suscitare frequenti interventi critici della sorella del giudice ucciso, Maria Falcone. La stessa che ieri ha offerto un terreno “tranquillo”, il “Museo del presente” appena inaugurato, su cui far convergere il valore della memoria e il ricordo degli eroi caduti. Giorgia Meloni, tuttavia, non si è limitata al “dovere della memoria” e alla commemorazione. In perfetto stile di “capo deciso” ha voluto presiedere in Prefettura il Comitato per la sicurezza che dovrebbe essere, se debitamente sollecitato e fatto funzionare, lo strumento usato dallo Stato per imporre la legalità quando questa vacilla di fronte allo strapotere criminale e mafioso. E così, dopo una sosta in autostrada per deporre fiori sotto la stele dedicata alle vittime di Capaci, eccola affermare attorno al tavolo di comando le consuete affermazioni di impegno affinché lo Stato non indietreggi sotto i colpi mafiosi e anzi garantisca ai cittadini una vita normale: chiara allusione all’irrisolto problema del “pizzo” e delle estorsioni a commercianti e imprenditori ancora tartassati come prima che arrivassero Falcone e Borsellino. E a rendere ancor più credibile l’impegno preso le è venuto incontro, con perfetto tempismo, il successo ottenuto dalla polizia, in presenza del ministro Piantedosi, nell’indagine che ha portato in carcere un gruppo criminale tanto virulento da permettersi raid notturni a colpi di Kalashnikov. Insomma “lo Stato c’è” ed è dalla parte dei cittadini, dice la Presidente del Consiglio in una terra che ha subìto lutti e dolori per troppo tempo e che di recente ha dimostrato una certa disaffezione istituzionale col potere centrale tanto da affermarsi come una delle regioni che più hanno contribuito ad affossare la cosiddetta riforma della Giustizia.
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