Il processo14 luglio 2026 alle 00:19Ammessa la costituzione di parte civile di tutti i familiari della donna uccisa

Maglietta nera, leggermente appesantito, impassibile, Emanuele Ragnedda, prima di entrare in aula, lo ha fatto sapere ai parenti: «Sono sereno, non aspettavo che questo momento. Mi difendo nel processo finalmente e dimostrerò come sono andati i fatti». Ieri, poco prima delle dieci, la giudice Federica Di Stefano ha visto entrare in aula l’imprenditore di Arzachena, accompagnato da una nutrita squadra di agenti della Polizia penitenziaria. E così è iniziato il procedimento davanti al Gup del Tribunale di Tempio per l’omicidio di Cinzia Pinna. La pm Noemi Mancini chiede il processo in Corte d’Assise per il delitto di Conca Entosa, la magistrata accusa Ragnedda di avere esploso tre colpi di pistola contro la vittima, puntando la pistola Glock sul viso di Cinzia Pinna. Sevizie e crudeltà, si legge nel capo di imputazione, il viatico per il fine pena mai.

Guerra di perizie

Gli avvocati dell’imprenditore (famoso per la produzione del Vermentino più costoso del mondo) hanno depositato due super consulenze (una poche ore prima dell’udienza) per dimostrare che Ragnedda è stato aggredito da Cinzia Pinna armata di coltello, e che è stato ferito. I consulenti dei penalisti Luca Montella e Gabriele Satta sono il perito balistico Dario Redaelli (che ha lavorato al fianco della famiglia Poggi nel caso di Garlasco) e il professore universitario Ernico D’Aloja. Nelle loro conclusioni, tra le altre cose, segnalano al gup che la stanza dove Cinzia Pinna è morta era piena del sangue di Ragnedda. La pensano diversamente i consulenti della pm Mancini (il medico legale Salvatore Lorenzoni, l’entomologa forense Valentina Bugelli e il tossicologo forense Silvio Chericoni), che hanno firmato una ricostruzione pesantissima per l’imputato: Cinzia Pinna sarebbe stata uccisa mentre era riversa sul divano, inerme e incapace di reagire.