Tra la suggestione e la convenzione. Ci sono le date che servono a ordinare il tempo, e i luoghi comuni che alle volte lo rendono più comprensibile.

E così, quell’ultimo decennio di Novecento, fatto di storie che finiscono, come scriveva Fukuyama nel 1992, e amori che non finiscono, ma «fanno dei giri immensi e poi ritornano», come cantava Venditti nel 1991, nell’immaginario collettivo ha assunto svariate forme, tutte al contempo vere e false, o meglio falsate. Di sicuro, nella percezione comune, gli anni Novanta incarnano l’ultima fabbrica di kolossal alla vecchia maniera.

Il punto più estremo di quella Hollywood che si imponeva sui desideri e sui sogni degli spettatori, tra soft power e luci della ribalta. Poi è arrivato Matrix, e con lui il dubbio baudrillardiano che la realtà immaginata stesse prendendo il sopravvento su quella vissuta.

Hockney e il suo Bigger Splash: la quintessenza della pop art

In quel blocco di storia in cui era ancora comune l’idea di fantasticare senza sospetto, non troppo lontani ma ancora al riparo dai potenti mezzi contemporanei di manipolazione figurativa, si colloca uno dei tanti film di cui Sam Neill è l’indimenticabile protagonista. Se ne possono citare molti altri, da Possession a Lezioni di piano, dalle pellicole di John Carpenter a quelle di Wim Wenders, ma Jurassic Park resta il più importante. Non perché sia il migliore e nemmeno perché è il più famoso, ma perché è il simbolo di un universo iconografico che ci siamo lasciati alle spalle, insieme al XX secolo e alla fiducia (forse ingenua) nella distanza tra verità e rappresentazione.