Il giardino di Sinner, non sarà mai il regno di Federer. Jannik ha vinto ancora Wimbledon. Ha battuto Alexander Zverev 6-7, 7-6, 6-3, 6-4, rimontando un set di svantaggio e conservando quel titolo conquistato dodici mesi fa. È il suo quinto Slam, il secondo consecutivo sull’erba londinese: un successo che porta a 4.970 punti il margine sul nuovo numero due del mondo, proprio il tedesco, e rende molto difficile immaginare che qualcuno possa sottrargli presto il vertice della classifica.La finale ha confermato soprattutto ciò che il torneo aveva cominciato a raccontare. Sinner ha superato il malore e il crollo del Roland Garros, ha indagato le cause senza nascondersi dietro l’incidente e ha ricostruito servizio, condizione e fiducia. Zverev, invece, ha portato a Londra la serenità conquistata a Parigi, dove a ventinove anni ha finalmente vinto il primo Major. Convive ogni giorno con il diabete di tipo 1, ha ricostruito il corpo dopo il terribile infortunio alla caviglia del 2022 e ha resistito a tre finali Slam perdute prima di sollevare la coppa francese.La sconfitta sul Centre Court non ridimensiona quindi Sascha, tutt'altro. Al Roland Garros ha cancellato l’etichetta di campione incompiuto e a Wimbledon ha raggiunto per la prima volta la finale. Il suo palmarès comprende ormai uno Slam, l’oro olimpico di Tokyo, due ATP Finals, sette Masters 1000 e venticinque titoli complessivi. Parigi gli ha consegnato la consapevolezza di poter vincere ancora: non la certezza matematica di un altro Major, ma quella convinzione interiore senza la quale nessun grande torneo può essere conquistato.Che cosa ci lascia, però, Wimbledon 2026? Il torneo ha premiato i due atleti più continui del momento, ma è stato anche prevedibile, a tratti monotono e raramente capace di produrre autentico stupore. Con Carlos Alcaraz assente, Sinner ha incontrato un solo avversario realmente in grado di prolungare la finale oltre i tre set. Quando lo spagnolo tornerà, il tennis maschile ritroverà il suo duello dominante; dietro di loro, però, la distanza appare ancora profonda. Zverev è oggi l’unico che possa provare a ridurla.Si dirà che Wimbledon è ormai il giardino di casa di Sinner. Due titoli consecutivi autorizzano la formula e altri potrebbero arrivare. Ma per chi è stato educato al bel tennis, all’armonia del gesto e alla varietà delle soluzioni, quel prato resterà sempre il giardino del Re: Roger Federer. Non soltanto perché ne ha conquistato otto edizioni, record maschile, ma perché il suo gioco sembrava essere stato inventato per quel luogo. Servizio, risposta bloccata, rovescio in anticipo, accelerazione di diritto, discesa a rete: Federer non stazionava il campo, lo disegnava.Nel primo punto del tie-break del secondo set della finale, sul servizio di Zverev, Sinner ha esploso l’ennesima bordata da fondo e il tedesco ha risposto con una mezza steccata. Un frammento minimo, ma sufficiente a riaprire una vecchia domanda: perché Wimbledon ha progressivamente rinunciato al tennis che ne aveva costruito l’identità? Così come hanno fatto in Australia, con una scelta ancora più radicale, dall'erba al cemento, lasciando all'epica l'ultima finale sui prati del Kooyong Stadium, nel 1987, vinta da Stefan Edberg su Pat Cash in cinque set (6-3, 6-4, 3-6, 5-7, 6-3) di puro serve and volley - delizia per gli occhi -. La svolta a Londra avvenne nel 2001, quando il tradizionale miscuglio di loietto e festuca fu sostituito dal cento per cento di loietto perenne. La ragione ufficiale era rendere il manto più resistente alle due settimane di torneo. Il risultato fu anche un terreno più compatto e un rimbalzo più alto, meno favorevole alle traiettorie basse e veloci del serve and volley. Non è stata l’unica causa: sono cambiati racchette, corde, preparazione atletica e capacità di risposta, soprattutto tutti fanno il rovescio a due mani e i giocatori sono più alti e questo cambia l'impatto sulla palla e la sua traiettoria. Ma quella trasformazione ha contribuito a uniformare Wimbledon agli altri Slam e ad accompagnare la scomparsa degli ultimi grandi attaccanti.Il tennis di Sinner è straordinario. La sua capacità di colpire in anticipo, sottrarre tempo e trasformare la potenza in precisione appartiene al futuro di questo sport. Non avrebbe senso chiedergli di interpretare una parte scritta per Federer, Edberg o Sampras. Il problema non riguarda lui, ma un tennis che rischia di selezionare un solo modello vincente e di perdere la completezza prodotta dal confronto fra scuole opposte.Sinner potrà vincere altri dieci Wimbledon, e da italiani non possiamo che augurarcelo. Ma una parte di noi continuerà a vedere il Centre Court come il giardino di King Roger. Il luogo in cui l’assalto di fioretto poteva essere più feroce di un colpo di spada, senza perdere eleganza, nobiltà e armonia. Sinner ne è oggi il padrone. Federer, forse, ne resterà per sempre il Re.
Sinner conquista Wimbledon (ma sull'erba Federer resta il Re)
La seconda vittoria consecutiva dell'azzurro certifica la sua supremazia. Eppure c'è chi continua ad evocare lo svizzero, simbolo di un'epoca che premiava linguaggi tecnici diversi










