Classe 1992, ho vissuto la mia infanzia a cavallo tra

analogico e digitale. Tra pixel e carta stampata, il mio obiettivo è quello di

scovare punti di dialogo…

Spesso, quando ci appassioniamo di un videogioco, di un film o di una serie TV, una delle cose che ci rimane più impressa è la voce dei nostri personaggi preferiti, siano essi eroi senza macchia e senza paura o temibili esseri malvagi alla ricerca del potere. Per poterci immedesimare appieno nei personaggi nella nostra lingua, abbiamo bisogno di professionisti che prestino loro la voce: i doppiatori. In questo articolo parleremo con Stefano Ferrari, doppiatore e direttore del doppiaggio di origini bergamasche che, dal 2014, dà voce ai personaggi di opere cinematografiche e videoludiche. Nato il 15 febbraio 1992 e cresciuto a Crespi d’Adda, Stefano Ferrari ha studiato recitazione e doppiaggio dal 2012 al 2015 insieme a maestri romani come Pasquale Anselmo, attore e doppiatore storico di Nicolas Cage, e Claudia Catani, direttrice del doppiaggio e voce italiana per Charlize Theron e Gillian Anderson. Stefano ha lavorato dal 2014 al 2022 come direttore del doppiaggio e, a partire dal 2020, ha doppiato personaggi di film, serie animate e serie tv. Tra i suoi lavori principali come direttore del doppiaggio vanno ricordati tre capitoli della saga di «Assassin’s Creed», ovvero «Syndicate», «Valhalla» e «Shadows», oltre che il videogioco «Starlink: Battle for Atlas». Come doppiatore ha invece prestato la voce, tra i vari, al personaggio di Kon nell’anime «Bleach» e a Duckey nella serie Netflix «Johnny Test», oltre che al personaggio di Leeroy Jenkins nel videogioco «Hearthstone». La chiacchierata con Stefano è iniziata nel modo più classico, partendo dai suoi inizi nel mondo del doppiaggio: dall’avvicinamento a questo lavoro fino alle capacità necessarie per svolgerlo a regola d’arte. G.T: Stefano, come ti sei avvicinato al mondo del doppiaggio? S.F: È successo quasi per caso. Lavoravo come tester di videogiochi in un’azienda che si occupava anche del loro doppiaggio. Il mio compito era verificare che la localizzazione italiana fosse corretta, sia dal punto di vista linguistico sia da quello della recitazione. Un giorno un collega mi corresse sulla pronuncia di una parola, spiegandomi la differenza tra una “e” aperta e una chiusa. Quella scoperta mi incuriosì moltissimo: andai ad assistere a un turno di doppiaggio e ne rimasi affascinato. La settimana successiva cercai una scuola, iniziai a studiare dizione, recitazione e doppiaggio. Da lì è nato tutto.