L’ex chitarrista in tour in Italia, la prima a Verona il 16 luglio: «Ho venduto i miei strumenti all’asta, meritano di essere suonati»
Sarà merito delle sue origini, ma Johnny Marr preferisce guardare avanti piuttosto che indietro: «Sono irlandese, non sono una persona nostalgica», esclama il chitarrista, nato vicino a Manchester, ma figlio di immigrati irlandesi. E questa frase riassume pressoché tutto ciò che ha da dire sul suo passato glorioso negli Smiths, di cui ha scritto pagine immortali e di cui ancora suona molti brani durante i concerti, come accadrà con ogni probabilità anche nelle cinque tappe italiane che partono il 16 luglio da Verona.Morrissey, inoltre, non lo vuole nemmeno sentir nominare (e viene da capirlo, viste le parole caustiche che gli vengono rivolte periodicamente dall’ex frontman, molto meno affabile di lui). Quello di cui ama parlare sono piuttosto i suoi prossimi progetti e le sue chitarre, senza rattristarsi neanche per l’ottantina di strumenti che ha messo all’asta da Christie’s (e che verranno venduti il 17 settembre a Londra): «Due anni fa ho pubblicato “Marr’s Guitars”, il libro che fotografa tutta la mia collezione, ma quando ho finito di catalogarla, ho avuto una brutta sensazione, non mi pareva giusto che diventassero dei pezzi da museo chiusi in un magazzino - spiega via Zoom -. Finché sono ancora qui, vorrei vedere altre persone che possiedono la chitarra con cui ho scritto “There’s a Light That Never Goes Out” oppure quella di “What Difference Does it Make?”. Hanno bisogno di essere suonate e comunque io ho ancora chitarre sufficienti per continuare a lavorare».Marr, 62 anni, ha già pronto il prossimo album, «The Age of Everything», in uscita ad ottobre: «Parla di come mi relaziono alla gente, alle notizie, a quel che accade nel mondo. E non è tutto negativo, ci sono anche tante cose della vita moderna che mi riempiono di gioia». Ad esempio? «Vedo che i ragazzi giovani sono molto reattivi. Se penso all’apertura verso le politiche gender degli ultimi anni, vedo tante persone in più che la pensano come me - dice Marr -. Ci sono eventi distruttivi e divisivi, molto odio in cui una certa parte delle persone sembra sentirsi a proprio agio: è allarmante. Ma c’è anche una resistenza a tutto ciò, soprattutto da parte dei ragazzi». La stessa visione incoraggiante ce l’ha nella musica: «Dalla pandemia in poi le vendite di chitarre sono salite come non accadeva dagli anni 50. E un’altra cosa che trovo fantastica, anche se non dovrebbe essere strana, è che ormai quasi tutte le band in Inghilterra hanno almeno una ragazza nella formazione. È diventato normale e anzi è anormale vedere gruppi indie rock di soli maschi. Mi pare che i tempi si siano evoluti».A giugno, intanto, è ricorso il quarantennale di «The Queen is Dead», capolavoro degli Smiths: «Ricordo quando è uscito come fosse la settimana scorsa - dice -. C’era tanta pressione, aspettative altissime dopo il nostro secondo disco, ma andò bene. Siamo stati anche invischiati in una spiacevole disputa legale con la nostra etichetta, non posso fingere di non ricordarla perché ci costrinse a ritardare i tempi ed è stato molto frustrante, ma sono davvero orgoglioso di questo disco». Ai fan nostalgici degli Smiths cosa direbbe? «Se vado a vedere David Byrne e suona brani dei Talking Heads, a me va bene. Ed è un po’ la stessa cosa: lui ha fatto parte di un gruppo che ha scritto canzoni incredibili, che suonano ancora bene. E non c’è molto altro su cui riflettere».






