La discesa agli inferi di Gareth Evans non è la cronaca di un vizio, né il cedimento di un consumatore imprudente, ma l’esito fatale di una patologia.

Una malattia che, secondo la giustizia del Regno Unito, comporta responsabilità anche oltre la sfera individuale. La sua morte per suicidio, al termine di un vortice di puntate compulsive, costringe oggi il Paese – e non solo – a guardare in faccia il lato più cupo del gioco d’azzardo: il punto in cui l’intrattenimento svanisce e lascia il posto a un intreccio velenoso di isolamento, ansia, depressione e rischio estremo.

Nei diciotto mesi precedenti al decesso, la vita di Evans era stata divorata dalle scommesse. Arrivava a giocare fino a cinque volte al giorno, con puntate singole fino a 800 sterline, accumulando perdite nell’ordine di decine di migliaia di sterline.

Una spirale di menzogna, vergogna quotidiana e senso di prigionia che l’uomo ha descritto con lucidità nella nota lasciata ai familiari: la confessione di una routine che detestava, ma dalla quale non riusciva a liberarsi.

Quella morte, tuttavia, non è stata archiviata come un dramma privato. Al termine dell’istruttoria presso la Croydon Coroner’s Court, la vice coroner Adela Williams ha pronunciato un verdetto dal peso storico e culturale: il disturbo da gioco d’azzardo e la depressione sono stati fattori determinanti nel decesso.