di
Roberta Scorranese
Una mostra ad Aosta riapre il dibattito sull'artista di origini russe
Quello di Marc Chagall è un mondo nel quale ogni cosa sembra in procinto di spiccare il volo: un violinista, una mucca, due amanti, una sposa. Ebreo russo per nascita, francese per destino e cosmopolita per inclinazione, Chagall ha avuto una vita lunghissima (è morto nel 1985 a 98 anni), un grande amore e un successo che proprio quella sua distanza dalle cose terrene ha consolidato. Nasce Moishe Segal nel 1887 nei pressi di Vicebsk, una città di lingua yiddish in Bielorussia, un tempo parte dell’Impero russo. Villaggio poverissimo, ma ricco di memorie, credenze, folclore. È questa la ricchezza che Marc, deciso a fare l’artista, capì subito: la mucca può volare e un cielo può essere verde perché possiamo immaginarli così e dunque il nostro più recondito potere è individuale, intimo.
Come la fede. I funzionari del partito, dopo il 1917, non erano della stessa idea e si chiedevano che cosa ci fosse di tanto rivoluzionario in una sposa che si libra in volo. Così lui andò a Berlino e poi a Parigi e continuò la sua personalissima rivoluzione, che non era fatta di immagini celebrative, monumenti che glorificavano il potere, ma di una consapevolezza più profonda: tutti, aveva capito Chagall, abbiamo una lingua comune, che trascende i confini e le convinzioni religiose. È una lingua che è anche colore, figure. Dove fantasia e ricordo si mescolano. Una zona franca con aneddoti da ripercorrere in pittura, leggende e figure tratte da una mitologia familiare che poi, grazie a lui, è diventata patrimonio di tutti. Ancora oggi, quando vediamo due innamorati in volo, pensiamo a Chagall.







