di
Greta Privitera
La Guida Suprema «avvistata» con il volto coperto ai funerali del padre Ali Khamenei
Nel mausoleo dell’Imam Reza, a Mashhad, un uomo con la mascherina nera sta in seconda fila, a un metro dalla bara. Ricompare in un’altra immagine, quando sei persone portano sulla spalla la cassa dell’ayatollah. Gli iraniani lo cercano fotogramma per fotogramma. «Sembra Mojtaba», scrive qualcuno. «È un altro parente», risponde qualcun altro.Per sei giorni l’Iran segue il feretro di Khamenei tra Tehran, Qom, l’Iraq e Mashhad. In nessuna tappa appare il figlio successore, solo quell’uomo mascherato in poche inquadrature sfocate. Troppo poco per riconoscerlo davvero, abbastanza per pensare a una voce circolata per dire che è vivo, sta bene, ma non può mostrarsi per motivi di sicurezza.
Niente di certoDi lui non si sa niente di certo. Si sa solo che il 28 febbraio, nel raid che ha ucciso Ali Khamenei e quattro familiari, Mojtaba viene ferito. C’è chi lo dà per morto, chi lo immagina in un bunker di Teheran o in un ospedale militare, con la gamba gravemente lesa, il volto sfigurato.Dall’8 marzo, giorno in cui è stato eletto ayatollah, parla solo per iscritto. Il primo messaggio dopo la sepoltura del padre è una lunga promessa di vendetta. Ringrazia le «decine di milioni» di persone accorse alle cerimonie, poi volta pagina, e la pagina è di sangue: la vendetta per il grande leader e per i «martiri di queste guerre portate avanti da criminali» spetta ai «popoli liberi del mondo».










