Siamo alla fine del socialismo in Cuba? Il 18/19 giugno è stato approvato dal Parlamento e dal vertice del Pcc un pacchetto di 176 riforme (“Trasformazioni Economiche e Sociali”) che, almeno nel suo disegno, pretende di abbandonare il modello di direzione centralizzata dell’economia, per introdurre il mercato e il capitale privato.
Il direttore della prestigiosa rivista Temas, Rafael Hernández, avverte che tali misure sono state percepite da critici interni ed esterni come «negazione dell’essenza del socialismo come sistema in Cuba e, nella pratica, si tende a rappresentarle come un tradimento della causa». La risposta della direzione politica cubana (sia il presidente Díaz-Canel che il premier Marrero) è stata un netto no. Le misure decise rappresentano la volontà di «cambiare quello che deve essere cambiato», dunque di «riformare il modello socialista cubano, per rafforzarlo e renderlo veramente sostenibile», ovvero attuarlo e mantenerlo in Cuba con i propri mezzi.
IN UNA SERIE di interventi lucidi e coraggiosi Díaz-Canel ha ammesso che il pacchetto «ha contraddizioni e rischi» ma che la sua urgenza deriva dal grave pericolo del blocco energetico imposto da Trump. «Con i piatti vuoti non vi è sovranità» ha affermato. Senza energia «è possibile mantenere programmi e giustizia sociali?». Il presidente ha messo in chiaro che tali riforme vengono da lontano, dal VI Congresso (2016) poi rielaborate dal piano per eliminare le trampas allo sviluppo e infine dal Programma economico e sociale per il 2026 varato dal governo l’anno scorso. Ma a causa delle critiche, tali misure sono state messe in discussione in molti incontri con i cittadini e poi rielaborate nei «23 assi tematici del pacchetto di riforme».






