Champagne. “Mi sembra una pazzia, brindare solo senza compagnia… ma io devo festeggiare la fine di un amore”.
Da oltre mezzo secolo gli italiani la cantano ai matrimoni, nelle feste di piazza, sulle terrazze degli alberghi, nelle sere d’agosto; è probabilmente il brindisi più famoso della canzone italiana, eppure racconta l’esatto contrario di quello che tutti immaginano, non celebra un amore che nasce, ma uno che finisce.
Peppino di Capri lo faceva notare con il sorriso di chi aveva imparato a convivere con il destino delle proprie canzoni. “La cantano tutti ai matrimoni. Ma il testo l’hanno ascoltato davvero?”. Aveva ragione. Lo champagne è il vino della festa, della vittoria, delle grandi occasioni; con una canzone riuscì a spostarlo altrove, trasformandolo nel vino dell’ultimo brindisi e forse, il più bel omaggio che una canzone italiana abbia mai dedicato a un vino francese.
La sua scomparsa, arrivata nel cuore dell’estate, rende quel paradosso ancora più evidente, perché, per un’intera generazione, l’estate non aveva soltanto un profumo e un sapore, ma anche il suono della una voce.
Era l’Italia del boom economico, delle automobili cariche di valigie che scendevano verso il mare, delle pensioni dove il pranzo finiva con una fetta d’anguria ghiacciata e la cena si allungava fino a notte. C’erano gli spaghetti alle vongole, il pesce appena arrivato dal porto, le pesche che profumavano il cestino della frutta, il basilico spezzato con le dita sull’insalata di pomodori, i tavolini all’aperto che nessuno aveva fretta di lasciare. L’estate aveva l’odore dello iodio, dei pini marittimi arroventati dal sole, del gelsomino che saliva dai giardini quando finalmente il caldo concedeva una tregua. E aveva un suono: era la musica di Peppino di Capri.










