La scelta della Rai di fermare la programmazione estiva di Report, programma di Sigfrido Ranucci, ha assunto in poche ore un valore che va ben oltre la tv: è diventata una questione di memoria pubblica, di autonomia editoriale e di rapporto fra informazione e potere. Nasce un caso nel caso nella vicenda relativa al presunto coinvolgimento dell'imprenditore Valter Lavitola nell'attentato di pochi mesi fa davanti all'abitazione del giornalista.

La decisione della sospensione è stata formalizzata ieri dalla Direzione Approfondimento della Rai, che ha parlato di sospensione “cautelativa” delle repliche estive “in attesa che si faccia piena chiarezza” sulla vicenda che coinvolge Ranucci, definendo Report un “patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico”. Nella stessa comunicazione, però, l’azienda ha precisato che la nuova stagione del programma resta confermata e che il ritorno in onda è previsto a partire da novembre 2026; secondo i palinsesti presentati ad Ancona il 3 luglio 2026, la data indicata per il rientro è l’8 novembre.

È su questa formula — fermare per proteggere — che si è abbattuta la replica più dura del conduttore. In un post e in successive dichiarazioni riportate dalla stampa, Sigfrido Ranucci ha contestato la logica del provvedimento con parole destinate a lasciare il segno: sostenere che lo stop serva a tutelare il programma, ha detto in sostanza, equivale quasi a leggere persino l’attentato davanti alla sua abitazione come un gesto “per amore”. "E' una decisione che rischia di avere la stessa lettura che le bombe davanti casa mia siano state messe per amore", scrive il giornalista su Instagram. "La conseguenza di questa decisione è che ad essere sospesa è la qualità del lavoro di una squadra, e soprattutto la memoria di fatti importanti di questo Paese".