Roma, 11 luglio 2026 – La scomparsa di Peppino di Capri, morto all'età di 86 anni a Villa Castiglione dopo una lunga malattia, segna la fine di un'epoca per la musica italiana e apre la complessa pagina della gestione del suo patrimonio. Quando un artista di questo calibro lascia la scena, l'eredità non si misura semplicemente in termini finanziari, ma si estende a un valore immateriale, editoriale e d'immagine che ha radici profonde in oltre sessant'anni di successi internazionali. Il patrimonio dell'artista si articola principalmente su tre pilastri fondamentali: il catalogo editoriale delle canzoni, la proprietà immobiliare sull'isola e la discografia legata alla sua storica etichetta indipendente.

Il catalogo editoriale e i diritti d'autore

Il nucleo più redditizio e duraturo del patrimonio di Peppino di Capri è rappresentato dai diritti d'autore e dai diritti connessi (esecutivi) derivanti dalle sue opere. A differenza di molti interpreti puri, Peppino (all'anagrafe Giuseppe Faiella) è stato un raffinatissimo musicista, cantautore e pianista, firmando o legando indissolubilmente il proprio nome a brani che hanno fatto la storia del costume italiano. Il brano ‘Champagne’, scritto da Depsa, Jodice e Di Francia, pur non recando la sua firma come autore principale, rappresenta un asset economico formidabile. Essendo diventato un classico della musica mondiale, il pezzo genera royalty costanti attraverso i passaggi radiofonici, televisivi, le riproduzioni cinematografiche e i posizionamenti pubblicitari globali. Discorso analogo vale per ‘Roberta’, hit del 1963 dedicata alla prima moglie, e per i brani che lo hanno visto trionfare al Festival di Sanremo. Con ben 15 partecipazioni all'attivo in gara, l'artista ha vinto la kermesse due volte: nel 1973 con ‘Un grande amore e niente più’ e nel 1976 con ‘Non lo faccio più’.