I’m out! Tucker Carlson ha sbattuto la porta del Partito repubblicano. Il tribuno più ascoltato della destra americana da oltre 17 milioni di follower su X, protagonista della mobilitazione che ha accompagnato il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, ha annunciato che non sosterrà il Gop alle elezioni di metà mandato in programma il prossimo autunno. Vuole invece contribuire a riaprire lo spazio per un terzo partito, aspirazione mai del tutto scomparsa in questa nazione. «E se vado via io, se ne andranno molti altri», ha avvertito, accusando il presidente di avere spezzato la fiducia dei propri elettori.La rottura porta in superficie ciò che da mesi ribolle nell’universo Maga, soprattutto tra gli influencer della destra radicale. Candace Owens, carismatica e controversa streamer afroamericana da quasi otto milioni di follower, attacca da tempo il tycoon, ricambiata. Lo stesso fa Megyn Kelly, ex volto Fox, oggi alla guida di una delle piattaforme indipendenti più seguite. Tutti raccolgono il disappunto. E non è una semplice fronda; piuttosto è il primo atto della battaglia per il dopo Trump. Anche perché dalla successione alla guida della fortezza Maga dipende il futuro del Partito repubblicano.«Dopo la disastrosa guerra con l’Iran e il caso Epstein sono emerse voci di dissenso, soprattutto nel mondo dei social media», dice a L’Espresso Steven Levitsky, professore di Scienze politiche a Harvard e direttore del David Rockefeller Center for Latin American Studies. «Il presidente sembra aver tradito alcuni principi che rivendicava, a partire dall’opposizione alle guerre all’estero. Carlson e altri cercano quindi di occupare lo spazio dell’“America First” più autentico». Il ventisettenne Nick Fuentes è uno dei nomi più ricorrenti nella generazione dei giovani conservatori. Nazionalista bianco, diventato noto dopo aver partecipato all’infausto raduno “Unite the Right” di Charlottesville del 2017, è insieme un acerrimo detrattore e un distillato del trumpismo. Nei suoi monologhi infiniti mescola misoginia, idee antisemite e negazioniste. Insieme a Carlson e Owens, Fuentes costituisce la “grande triade” di una destra sempre più insofferente verso il governo. A rilevarlo è Charlie Sabgir, che per The Atlantic ha raccontato il lavoro dello Young Men Research Project, l’organizzazione da lui guidata che studia il rapporto tra giovani uomini e politica. È proprio questa la fascia che oggi si sente più disillusa. Molti degli attivisti intervistati accusano Trump di avere abbandonato l’agenda “America First” che li aveva avvicinati ai repubblicani. «Anziché passare al Partito Democratico, vogliono un Gop più radicale, guidato non da esponenti interni al Maga come J.D. Vance, bensì da figure ancora più a destra, che a loro giudizio potrebbero mantenere le promesse che Trump non è riuscito a rispettare sull’immigrazione e sulla politica estera». Per i Groypers, i seguaci di Fuentes, il conservatorismo del futuro dovrà essere isolazionista, patriarcale, cristiano ed etnonazionalista. E respingere la virata “Miga” (Make Israel Great Again) che antepone gli interessi di Israele a quelli americani.Negli anni la falange più ortodossa dei cappelli rossi, fedelissima al commander in chief ha finito per fagocitare il Partito repubblicano (gli elettori del Gop che si definiscono Maga sono passati dal 38% del 2022 al 62% del 2026, secondo Economist/YouGov), ma all’egemonia interna corrisponde oggi un crescente isolamento nel Paese. Maggioritari nel partito, i trumpiani di ferro restano minoritari nell’elettorato complessivo e lasciano sempre meno spazio a quanti non condividono la direzione impressa dalla Casa Bianca. Da qui l’incubo peggiore per il Gop, ovvero che una parte dei repubblicani non Maga diserti le urne a novembre, quando gli Stati Uniti saranno chiamati a rinnovare l’intera Camera e un terzo del Senato.Se è vero che Trump attraversa il punto più basso del secondo mandato nei consensi nazionali, è altrettanto vero che, come osserva ancora Levitsky, «finora ha tenuto sotto controllo le divisioni interne. Chi ha provato a sfidarlo ha sempre perso. Thomas Massie (deputato repubblicano del Kentucky sconfitto alle primarie da Ed Gallrein, candidato sostenuto dal presidente, n.d.r.) è soltanto l’ultimo caso». Proprio questa capacità di soffocare ogni dissenso rende più incerto il dopo e spinge gli analisti a interrogarsi sul futuro di un partito tenuto insieme, oggi, dalla fedeltà al suo leader.«Il Gop, che un tempo era una formazione conservatrice di centrodestra abbastanza tradizionale, è stato trasformato: è diventato etnonazionalista, più simile ai partiti dell’estrema destra europea», ci spiega Levitsky, coautore con Daniel Ziblatt del bestseller “Come muoiono le democrazie” (Laterza, 2020) e del più recente “Tyranny of the Minority” (“La tirannia della minoranza”). «È diventato un partito personalistico. Non è più programmatico o istituzionale, è costruito intorno a un individuo, come molti partiti dell’America Latina». Per l’esperto, non assisteremo a un ritorno del vecchio establishment repubblicano, con figure come Ronald Reagan, George Bush o Mitt Romney, ma alla ribalta di leader molto più vicini a Vance.Le elezioni di metà mandato saranno un banco di prova, ma il Gop guarda già al 2028, alla successione a Trump e, soprattutto, alla conquista dello zoccolo duro Maga. Al momento il vicepresidente vive il suo momento di grazia. Ha mandato in classifica un memoir sul ritorno alla fede, partecipato ai negoziati con l’Iran e occupato la scena mediatica con 33 interviste in un mese. Un iperattivismo che gli ha guadagnato il favore del capo, notoriamente volubile nelle simpatie come pure nelle antipatie. Ridimensionate, almeno per ora, le ambizioni di Marco Rubio. Tra i repubblicani, Vance registra un gradimento del 62%, poco sotto il 65% del presidente e nettamente sopra il 51% del segretario di Stato.Resta da capire se saprà tenere a bada i mal di pancia del partito. Fuentes lo ha già bollato come «traditore della razza» per avere sposato Usha, americana di origini indiane. Più complesso il rapporto con Carlson, amico e sostenitore di lunga data fin dai tempi dell’ascesa negli ambienti dei tech bro della Silicon Valley. Il tesoretto di consensi del giornalista potrebbe rivelarsi decisivo. Per ora il commentatore descrive J.D. come prigioniero di una «situazione impossibile», costretto a lavorare con un presidente che, a suo giudizio, ha completamente ingannato i propri elettori.Se la storia può illuminare ciò che verrà, Julian E. Zelizer ricostruisce su Foreign Policy una radicalizzazione iniziata tra gli anni Ottanta e Novanta, quando Newt Gingrich impose al Gop la politica dello scontro permanente. Dopo la crisi del 2008 nacque il Tea Party, movimento anti-tasse e anti-Washington che nel 2010 conquistò la Camera e spinse il partito ancora più a destra, preparando il terreno ai Maga nel 2016. «Fuentes e i suoi Groypers, generalmente antisemiti, nativisti e razzisti, sono soltanto una delle correnti estremiste che circolano nell’universo repubblicano», dice Zelizer portando il ragionamento fino a quello che sembrerebbe un paradosso. «A meno che esponenti influenti del Gop non costruiscano una coalizione capace di spingere il partito in un’altra direzione, potrebbe arrivare il giorno in cui gli opinionisti ricorderanno con nostalgia i “bei vecchi tempi” nei quali Trump rappresentava l’ala moderata e ragionevole del Partito repubblicano».
Poveri Maga attaccati su due fronti
Gli influencer che si sentono traditi. E la fronda razzista e antisemita. Il Partito repubblicano va verso le elezioni tra spaccature e critiche. E rischia di







