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Marco Imarisio, inviato a Londra

Il successo di Jannik in semifinale a Wimbledon assume il significato definitivo del passaggio di consegne

A metà del terzo set, uno spettatore gli grida coraggio, ce la puoi fare. «Dieci anni fa, forse» risponde Novak Djokovic. La verità e il senso della semifinale di ieri sono riassunte in questo scambio di battute. La storia non annuncia mai il cambio della guardia, lo dissimula in un quieto pomeriggio di tennis. Ma anche a sentire le parole rassegnate del campione serbo, la resa è completa, più che in ogni altra occasione, tale da assumere davvero il significato del definitivo passaggio di consegne.

C’erano già state altre vittorie di Jannik Sinner contro il suo mentore serbo, ma non era mai accaduto che Djokovic, il campione che ha fatto del non arrendersi la sua arma più letale, riconoscesse in modo così netto la propria inferiorità e la propria impossibilità di alterare il corso degli eventi. «Mi ha dato una vera e propria lezione» ha ammesso con la sua consueta lucidità, spiegando che stava bene, era riposato, si sentiva pronto, ma proprio non c’era niente da fare, e Dio solo sa quanto possa costare questa ammissione a un uomo orgoglioso come lui. «Quando serve così diventa una forza dominante. Io ero sempre mezzo passo in ritardo, ha giocato con un ritmo pazzesco. Non penso di avere fatto qualcosa di sbagliato. È dura da accettare, ma oggi è un giocatore migliore di me».