Attorniato da fan urlanti sul red carpet, Can Yaman, è stato premiato ieri sera dal «Social world film festival» di Vico Equense per la sua interpretazione nella fiction Rai «Sandokan» per cui si è appena aggiudicato anche il Nastro d’argento per le serie come protagonista internazionale dell’anno. Cinema: Micaela Ramazzotti, Enrico Lo Verso e Can Yaman premiati al Social World Film FestivalYaman, davvero non conosceva Sandokan prima di cominciare le riprese? «L’ho conosciuto per la serie Rai: ho letto tutti i romanzi di Emilio Salgari e ho visto lo sceneggiato con Kabir Bedi, ma volevo creare un personaggio autentico. Quando recito traggo ispirazione da molte cose, senza imitare nessuno. Il mio Sandokan è un po’ ascetico, un po’ profeta, un po’ salvatore di un popolo. Il Sandokan che ho costruito non entra in competizioni inutili con gli altri, non ha bisogno di mostrarsi forte a tutti i costi, ha riscoperto la sua tenerezza. È un uomo sigma, non alfa».

Le riprese della seconda stagione sarebbero dovute partire in estate, ma sono state ritardate: cos’è successo? «Purtroppo non so dire quando partiranno. Penso che bisognerà aspettare almeno un anno. Non conosco le ragioni, sono questioni produttive. Sono i piani alti che decidono». Intanto Prime Video ha annunciato che il prossimo anno lei sarà protagonista della serie comedy in otto episodi «Bro» di Riccardo Donna insieme a Giovanni Nasta sulla vita di due fratelli diametralmente opposti: lei interpreterà quello bello che ha successo con le donne? «L’opposto! Finalmente non sarò il sex symbol, ma un avvocato geniale e socialmente impacciato che deve fare i conti con una complicata vicenda familiare insieme al fratellastro, con cui si trova costretto a collaborare. Cimentarmi in un ruolo diverso dall’uomo di azione o il belloccio è un desiderio che ho espresso da tempo: volevo sorprendere il pubblico e me e sperimentare anche un genere mai esplorato prima, come la commedia. Spero, con questa serie, di distruggere l’idea granitica che una grossa fetta di fan ha di me: l’eroe bello e romantico irrimediabilmente legato alla sua fisicità prorompente. Mi auguro, poi, di poter essere un attore sempre camaleontico, mai ripetitivo, e di avere la possibilità di cambiare sempre genere e lingue. Sono contento anche di tornare a lavorare con Nasta, con cui ho già lavorato sul set di “Viola com’è il mare”». La affascinerebbe, invece, calarsi nella parte del cattivo, del «villain» di turno? «Lo interpreterò quando la gente sarà pronta a distinguere l’attore dal personaggio. Non metto in discussione se sono o meno capace di farlo. È, piuttosto, una questione di tempismo e di gestione della carriera. È una partita a scacchi, ogni mossa deve arrivare nel momento giusto». Quale è il suo rapporto con l’Italia? «Respiro la cultura italiana da quando sono adolescente: ho scelto di frequentare il liceo italiano a Istanbul quando accettavano soltanto ottanta studenti l’anno. Volevo fortemente essere uno di loro, ci sono riuscito. Lì ho capito che le lingue potevano aprire porte enormi. Sono stato selezionato, poi, tra i 36 migliori studenti turchi per un programma di scambio negli Stati Uniti e ho vissuto un anno con una famiglia americana. Dopo ho scelto di studiare Giurisprudenza, ma una volta finita l’università mi sono reso conto che lavorare in uno studio legale non faceva per me. Così mi sono iscritto a un corso di teatro per distrarmi, poi sono arrivati i provini. In Turchia, se una serie funziona, diventi famoso dopo due episodi e così è stato per me». Da noi ora le produzioni turche impazzano, soprattutto grazie al pubblico femminile. Quanto sono diverse da quelle italiane? «In Europa si può lavorare massimo 10 ore al giorno. In Turchia decide il regista quando fermarsi. Possiamo lavorare anche 16 ore consecutive senza pausa. A 26 anni, sono stato su un set che non si è fermato per 36 ore, la gente dormiva in piedi». Quando si è accorto per la prima volta di aver raggiunto la popolarità anche da noi? «Quando è uscita la serie “DayDreamer” anche in Italia. Sono stato in vacanza a Napoli con mio padre. Era il 2019. Davanti all’albergo, sul lungomare, si è fermato tutto per sette giorni: le fan non andavano via nemmeno di notte. Uscivo con mio padre e passavamo cinque ore a scattare foto». Quanto conta la bellezza, il sex appeal, nel suo lavoro? «Ho iniziato a lavorare grazie alla mia faccia, ma non mi fido della bellezza: nella vita reale quello che faccio non dipende da come appaio. Se avessi lasciato che tutto ruotasse attorno a questo, sarebbe stato un problema, la bellezza può persino diventare un ostacolo a volte. Mi alleno ogni giorno per disciplina».