«Dietro la stagione c’è un progetto, una volontà di rilancio e focalizzazione di determinati aspetti per rivalutare il brand San Carlo a livello nazionale e internazionale. Tutti i teatri vorrebbero avere ruoli importanti e tournée all’estero, noi dobbiamo dimostrare che abbiamo qualcosa in più: la storia». Il teatro di Fulvio Macciardi può essere sintetizzato in queste battute. E, leggendo gli appuntamenti del cartellone 2026/27, l’obiettivo cui tende il sovrintendente e direttore artistico verso il tricentenario del 2037, diventa ancora più chiaro. Dalla scelta di inaugurare la stagione con un’opera scritta per Napoli da Verdi («Luisa Miller»), al recupero di due titoli del Settecento napoletano (Donizetti e Paisiello), all'aumento delle alzate di sipario sopratutto con opere di repertorio da «Aida» a «Madama Butterfly«, dal «Barbiere di Siviglia» a «Pagliacci» senza dimenticare la raffinata proposta del «Peter Grimes» di Britten con Gregory Kunde o «La damnation de Faust» di Berlioz con Renè Barbera.
E una novità assoluta: il completamento di «La chute de la maison Usher» di Debussy affidato a Alessandro Solbiati, commissione sancarliana insieme con l’Alighieri di Ravenna. Undici titoli d'opera – di cui cinque nuove produzioni – con il ritorno di «Tosca» all'Arena Flegrea, sei balletti (rispetto ai 4 della scorsa stagione) con «Schiaccianoci» a Natale, quattordici concerti sinfonici con un focus sul bicentenario della morte di Beethoven, diciassette concerti da camera con formazioni di professori dell'orchestra. Insomma, sottolinea il musicista milanese, «rispetto agli anni scorsi c’è una discontinuità ragionata. Molti mi chiedono come si farà senza i grandi nomi della lirica, non è proprio così». E dunque Macciardi, vuole spiegarlo meglio? «Le grandi voci ci sono, a partire da Beczala per l’apertura. Tutti i protagonisti dei primi cast sono cantanti top. Ci sarà sempre attenzione ai grandi interpreti, però contemporaneamente c’è un percorso di crescita delle forze artistiche interne: orchestra, coro, ballo». Lei parlava della necessità di insistere sul brand San Carlo. «Si deve puntare sull’identità. È importante il rapporto con le opere nate per Napoli e dunque anche per le inaugurazioni dei prossimi anni proporrò titoli nati qui, opere di Donizetti e Rossini e della grande epopea del Settecento napoletano. Un repertorio cui faremo attenzione anche, lo ripeto, per rivalutare l’identità del teatro: se vado in tournée con Paisiello o Cimarosa porto un repertorio di nicchia, ma nessuno può farlo come noi». Lei pensa già alle prossime stagioni? «Certamente. Per ragioni diverse ho dovuto lavorare a questo programma in tempi strettissimi, ora invece, visto che i ricorsi contro la mia nomina sono stati rigettati e che il mio incarico è automaticamente confermato, posso tranquillamente pensare ad una griglia di produzioni per i prossimi quattro anni». Intanto lei ha scelto artisti legati al titolo che si va a mettere in scena, come? «Ho voluto registi italiani, noti e bravi. Per L’apertura Livermoore, poi c’è Michieletto, Serena Sinigaglia, Bauduin per il Settecento napoletano e il suo legame con la scuola di Roberto De Simone. E ogni direttore è stato cercato, individuato e valutato per attrarre il pubblico e consentire crescita professionale ai nostri corpi artistici». Anche nella stagione sinfonica ci sono tanti direttori. «Sì, basta con i recital di canto! L'unico è l’omaggio a Placido Domingo con la Yoncheva con Sini direttore. Il pubblico della sinfonica è diverso da quello della lirica, in campo va l’orchestra. Arriveranno star internazionali del podio come Charles Dutoit e Ton Koopman, ma anche Bertrand De Billy, Pietari Inkinen, Asher Fisch e Hartmut Haenchen. E non mancheranno solisti di rango. Nel festival pianistico in collaborazione con l’associazione Scarlatti Michele Campanella festeggia gli ottant'anni e arriva Lonquich». Lei parlava dello spazio alle forze interne. «Certo, anche il coro è protagonista sia nella lirica che nella stagione sinfonica: dalla nona sinfonia di Beethoven alla seconda di Mahler e la sinfonia n.2 di Mendelssohn. Ma stiamo pensando anche a appuntamenti con formazioni corali da camera». I concerti cameristici sono sempre molto gettonati? «Sono molto gratificanti per un musicista che suona normalmente in orchestra, questo comporta maggiore soddisfazione e performatività di ciascuno. Abbiamo ricevuto molte proposte ma per ragioni meramente logistiche non abbiamo potuto dare spazio a tutti i gruppi così faremo cicli in luoghi iconici della città». E, a proposito di luoghi iconici il cartellone prevede il ritorno all'Arena Flegrea. «Se vanno 150.000 persone allo stadio a sentire un rapper, spero di portarne almeno 20.000 a vedere “Tosca” o “Otello”, una sfida che potrebbe ampliarsi a spazi come Pompei, le Ville Vesuviane, Ravello, penso a un San Carlo sempre più aperto al territorio e candidato a rappresentare Napoli e la Campania nel mondo». In questo contesto è possibile ipotizzare l'intervento di sponsor privati? «Perché no? Napoli non è un lembo dimenticato del Sud ma una capitale. Questo è un momento importante per la città, ci sono mali storici ma c'è anche tanto interesse imprenditoriale, grandi alberghi, società di trasporti, compagnie di navigazione. L’obiettivo un po' ambizioso è avere almeno il 15 per cento di sponsor privati. Su un bilancio di poco più di 40 milioni, ottenerne almeno sei da privati mi sembra un obiettivo realistico».







