La questione degli S-400 torna al centro delle relazioni tra Ankara, Washington e Mosca dopo anni di tensioni. Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha confermato che Russia e Turchia sono in contatto sul futuro dei sistemi missilistici acquistati da Ankara, definendo il dossier «estremamente sensibile». Mosca insiste sulla tutela delle informazioni tecniche e delle clausole che impediscono il trasferimento di tecnologie militari russe a paesi terzi, mentre in Turchia si moltiplicano le indiscrezioni su una possibile cessione del sistema.

Per comprendere la vicenda occorre tornare agli anni della guerra siriana. Per decenni la Turchia aveva affidato la propria difesa aerea all’ombrello Nato. Il mutamento degli equilibri regionali spinse però Ankara a cercare un sistema autonomo di difesa antimissile a lungo raggio. Nel 2013, in risposta alla crisi siriana, la Nato dispiegò temporaneamente in Turchia sistemi di difesa aerea Patriot e Samp/T, che però non rappresentavano una soluzione permanente e furono poi ritirati. E a causa delle operazioni militari turche nella regione, i paesi dell’Alleanza si mostrarono riluttanti a installare nuovi sistemi sul territorio turco, procedendo gradualmente al ritiro di quelli già presenti. Infine le trattative con gli alleati occidentali si rivelarono difficili. I Patriot statunitensi erano considerati troppo costosi e Washington non intendeva concedere trasferimenti tecnologici significativi. Altre opzioni, inclusa quella cinese, si arenarono tra obiezioni Nato e vincoli politici.