“Per molto tempo, la maggioranza dei lavoratori informatici non veniva considerata parte della classe lavoratrice. Ma la situazione sta diventando difficile”, dice Suman Dasmahapatra, coordinatore dell’IT and ITES Democratic Employees Association (IIDEA) di Bangalore, uno dei pochi sindacati emersi in un settore che ha sempre resistito all’organizzazione sindacale.
L’industria informatica indiana è stata a lungo il simbolo della modernizzazione del paese: uffici scintillanti, stipendi superiori alla media e promesse di mobilità sociale. Secondo i dati di NASSCOM, il settore impiega circa 5,4 milioni di professionisti, rendendolo uno dei più grandi bacini di colletti bianchi al mondo. Dietro questa facciata da “lavoro da sogno”, però, si è consolidata un’altra realtà. Giornate di 12-14 ore, riunioni notturne per seguire il fuso orario americano, precarietà, licenziamenti di massa e la paura costante di essere sostituiti da un altro lavoratore o, oggi, da un algoritmo.
Un’inchiesta del giornalista Parth MN per Rest of World ha documentato 227 casi di suicidio tra i lavoratori tech indiani tra il 2017 e il 2025. Una ricerca rileva che l’83% del personale soffre di burnout e uno su quattro lavora oltre 70 ore a settimana. Episodi spesso archiviati come “tragedie individuali”, ma che svelano il costo umano del boom digitale.







