Teheran è pronta a offrire pedaggi agevolati ai Paesi “amici”. Ma per Xi la priorità è garantire una libera navigazione ed evitare precedenti pericolosi. L’analisi.

«Prenderemo sicuramente in considerazione privilegi speciali per i Paesi amici come la Cina, soprattutto quelli che ci sono stati vicini durante le difficili condizioni del periodo bellico». Le parole dell’ambasciatore iraniano a Pechino, Abdolreza Rahmani Fazli, aprono una prospettiva tutt’altro che lineare sul futuro delle dinamiche sullo Stretto di Hormuz. Teheran sostiene di non voler imporre veri e propri pedaggi, ma «tariffe di servizio» legate alla sicurezza, al transito marittimo e alla gestione ambientale, con la partecipazione dell’Oman. La distinzione lessicale cambia però poco sul piano pratico e politico. Se quelle tariffe fossero davvero applicate in modo differenziato, premiando i Paesi “amici”, Hormuz diventerebbe di fatto una sorta di filtro geopolitico.

Petroliera nello stretto di Hormuz (Ansa).

Per Pechino Teheran è solo un tassello della strategia mediorientale

La Cina, in questo schema, sarebbe il primo beneficiario naturale. Intanto perché è una delle maggiori acquirenti di energia dal Golfo, e poi perché negli ultimi anni è diventata il principale interlocutore economico dell’Iran, il partner che ha continuato a garantire ossigeno commerciale a Teheran anche negli anni delle sanzioni e dell’isolamento. Fazli ha legato esplicitamente questa prospettiva alla continuità tra il defunto Ali Khamenei e il nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei, entrambi descritti come favorevoli a rapporti «positivi, attivi e di sostegno» con Pechino. Eppure, l’eventuale trattamento di favore non racconta solo la vicinanza tra Cina e Iran. Racconta anche la loro distanza. Teheran ha bisogno di Pechino molto più di quanto Pechino abbia bisogno di Teheran.