Franco Lannino, formidabile fotoreporter nella Palermo della cronaca che fu, ha condensato in un commovente ricordo la tormentata attesa di un’opera che si annuncia e non si fa. Nel dettaglio, si tratta del raddoppio del Ponte Corleone, ovvero del valico del fiume Oreto all’ingresso e all’uscita di Palermo. Un’arteria che chiamano circonvallazione. Anche se a monte gli è cresciuta addosso un’altra città. Così, l’asse di scorrimento che dovrebbe bypassare l’abitato è un budello caotico. Tanto più con lunghi tratti con l’occhio al tachimetro e agli autovelox. Ora che l’inaugurazione del raddoppio del ponte si avvicina, Franco ha deciso di noleggiare una Fiat 850 color sabbia e passarci sopra il giorno dell’evento. È il suo modo di tributare un omaggio al padre che con quel modello d’auto, portandolo in giro ragazzino, raccontava di un’imminenza, protrattasi nei suoi ricordi per 60 anni. C’è struggimento e scaramanzia in questo rito laico e c’è quella certezza di imprevisto che potrebbe sempre rinviare il taglio del nastro.Al Sud slancio e disincanto convivono senza contraddirsi. E le avversità regalano una certa prudenza, talvolta spacciata per realismo. Formando un’attitudine, quasi antropologica, che sulle opere pubbliche ha materia per esercitarsi. L’indugio permanente del potere induce alla cautela. E si resta così: in Stato d’attesa.Prendete la Palermo-Messina, postilla al libro dell’infinita Salerno-Reggio. La inaugurarono più volte per richiuderla subito. Sedici, si favoleggia. Tre videro accontentare uno smanioso Silvio Berlusconi deciso a mantenere la promessa di aprirla. E lui venne nel dicembre del 2004, ma neppure quella fu la definitiva. L’autostrada era fatta di un asfalto incerto che si sbriciolava. Colpa del “tappetino”, spiegarono. Tendeva a raggrinzirsi. L’eco della provvisorietà raggiunse il presidente al punto che alla vera apertura, il 21 luglio 2005, non ci fu nessuna cerimonia. Solo una sbrigativa formalità senza orpelli. Da allora non è più stata chiusa. Semmai «interrotta». Per via del collasso di un viadotto e di altri con troppo ferro a vista. E di decine di interruzioni per manutenzione. Che ora costringono a uno stop and go pericoloso e in qualche caso letale. Sicuramente snervante.Al Cas, il carrozzone siculo che gestisce le autostrade, hanno già pensato al pedaggio prima ancora di completare la Siracusa-Gela. L’idea ha scatenato un putiferio. Tanto più che è coincisa con l’indagine che ha scoperchiato un giro di ruberie sul tratto a pagamento della Palermo-Messina.Ora – anche tralasciando i treni lumaca – forse riesce più comprensibile l’altera noncuranza con la quale si guarda al rincorrersi di promesse sul Ponte sullo Stretto. Non è rassegnazione, è diffidenza in purezza. Cucinata al fuoco lento dell’attesa, condita di annunci, per ritrovarsi poi sempre a pancia vuota. All’attraversamento tra Scilla e Cariddi sui traghetti di Ferrovie e dei privati di Caronte & Tourist. Vagheggiando di un’opera che, anche volendola, ha trasformato il tempo in un dramma beckettiano. Una volta è per i soldi, l’altra per la mafia, la successiva per il progetto. E si ricomincia. La prima pietra è sempre preceduta da un poi. Nel frattempo, favorevoli e contrari sono invecchiati, rimbalzando tra gli annunci. E quando verrà il giorno, se verrà, si ha il terrore di non essere lì. A noleggiare un ferry-boat per struggersi di nostalgia.
Opere pubbliche nel Mezzogiorno in Stato d’attesa
Dai grandi lavori alle manutenzioni autostradali: l’indugio permanente del potere induce alla diffidenza









