Arriva la svolta, almeno sul calendario, per la vertenza dell’ex Ilva. Il Governo ha ufficialmente convocato a Palazzo Chigi le organizzazioni sindacali per il prossimo 28 luglio.

Una convocazione che giunge come una risposta obbligata all’ultimatum formale lanciato appena ventiquattr’ore prima da Fim, Fiom e Uilm, i cui segretari generali avevano minacciato un’autoconvocazione nazionale davanti alla presidenza del Consiglio qualora l’esecutivo avesse continuato a tacere oltre la scadenza del 15 luglio.

La tensione attorno al destino del polo siderurgico è arrivata al livello di guardia, alimentata dalle indiscrezioni su una possibile cessione del gruppo a investitori stranieri, in particolare al colosso indiano Jindal. Un’ipotesi che vede contrariati, in un asse inedito e compatto, sia i rappresentanti dei lavoratori sia il mondo industriale.

A delineare la gravità del quadro e le incertezze istituzionali è anche Eugenio Di Sciascio, assessore allo Sviluppo Economico della Regione Puglia, che solleva forti dubbi sulle trattative in corso. «Un accordo che preveda 4mila esuberi – ha dichiarato a margine dell’incontro con Casartigiani a Taranto - non può essere accettato con un semplice “facciamo l’accordo e poi alle famiglie ci si pensa.” Se questo dovesse essere lo scenario, serve una strategia industriale alternativa su Taranto, un “piano B” da costruire con il Governo. Non si può fare una macelleria sociale». Una notizia che si somma alle preoccupazioni per la gestione delle risorse destinate al Dri, per il preridotto. «Abbiamo scoperto - ricorda - un disegno di legge che in questo momento non dà nessuna garanzia che i fondi siano destinati a Taranto. Diventerebbero generici contratti di sviluppo nell’ambito della decarbonizzazione, il che può voler dire tutto e niente».