«Se Roma non accetterà, consacrerò i vescovi lo stesso. Non uno, ma tre o più. Devo farlo per salvare la Chiesa». Quando Marcel Lefebvre mi disse queste parole ad Écône, nel seminario della Fraternità San Pio X incastonato tra le montagne del Vallese svizzero, capii che era deciso. Capii che qualcosa di grosso, forse di irreparabile, stava per succedere. «Ma senza l’autorizzazione del Papa» replicai, stupito da quelle parole che regalavano uno scoop ma anche un messaggio drammatico per il cattolicesimo «lei incorrerebbe nella scomunica. Monsignore, ci sarebbe uno scisma!». «La scomunica? Mi lascerebbe indifferente, sarebbe nulla», rispose tranquillo.Quando l’intervista venne pubblicata, mi fece cercare il cardinale Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione della dottrina della fede, e mi chiese le cassette registrate del lungo colloquio. Lefebvre acconsentì. E Ratzinger iniziò poi con lui una lunga e difficilissima trattativa per scongiurare lo scisma. Non ci riuscì. Il 30 giugno 1988 monsignor Lefebvre rese concreto quanto mi aveva prospettato: ordinò, senza l’autorizzazione del Papa, 4 nuovi vescovi. Giovanni Paolo II rese ufficiale la parola che la Chiesa sperava di non dover più usare: scisma. Più tardi Ratzinger, diventato a sua volta Papa, tolse, dando fiducia al desiderio dei lefebvriani di una ricomposizione, la scomunica ai vescovi.Ma oggi, quasi quarant’anni dopo, tutto è accaduto di nuovo. In maniera praticamente identica. Il primo luglio 2026, proprio lì, ad Écône, i due vescovi ancora in vita della Fraternità San Pio X hanno consacrato quattro nuovi vescovi senza il mandato del Papa. E proprio come allora, ventiquattr’ore dopo la Santa Sede ha dichiarato che quelle ordinazioni costituiscono «un atto di natura scismatica», ha formalizzato la scomunica dei sei vescovi coinvolti, ha dichiarato la Fraternità in stato di scisma, ha revocato le concessioni pastorali accordate da papa Francesco sulle confessioni e sui matrimoni e ha ammonito sacerdoti e fedeli a non aderire formalmente alla Fraternità.Quattro decenni dopo sono cambiati i protagonisti. C’è un nuovo Papa a capo della Chiesa: invece di Giovanni Paolo II, Leone XIV. C’è un nuovo capo alla guida della Fraternità: invece di Monsignor Marcel Lefebvre, don Davide Pagliarani. Eppure la scena sembra la replica di quella che vidi allora. E anche questa volta tutto ruota attorno alla stessa domanda: perché decidere di rompere la comunione della Chiesa? Perché chi dice di difendere strenuamente la fede cattolica sceglie coscientemente di essere scomunicato?Quando Lefebvre mi annunciò lo scisma, era un tempo in cui quasi nessuno parlava più dei lefebvriani, sembravano un rimasuglio del passato. Quando lo incontrai nella sua roccaforte tra i monti, il fondatore della Fraternità San Pio X aveva ottantun anni. Parlava pacatamente, senza alzare mai la voce. Non perdeva la calma nemmeno di fronte alle domande più provocatorie, alla contestazione dei suoi argomenti. Si percepiva quale fosse il fascino che poteva esercitare sui suoi, dettato da convinzioni granitiche e che parevano dettate da una solida fede da antico crociato.Incontrai Lefebvre due volte. La prima nel gennaio 1987, quando lo scisma era ancora una minaccia. La seconda immediatamente dopo le ordinazioni episcopali del 30 giugno 1988. Quando tornai a Écône, Lefebvre mi raccontò nel dettaglio cosa era successo. Titolai l’articolo «Le 24 ore del gran rifiuto». E scoprii che forse sarebbe bastato pochissimo per evitare lo scisma. Ma il dialogo diretto e prolungato è l’elemento cardine che è sempre stato deficitario nei rapporti tra Roma ed Écône, da Paolo VI in poi.«Il 4 maggio mi ero incontrato con il cardinale Ratzinger in una casa di suore vicino alla via Aurelia», mi rivelò Lefebvre. «C’eravamo noi due e i nostri esperti teologi che avevano già avuto colloqui, e si era arrivati a un accordo. Niente rottura, Roma mi avrebbe autorizzato a consacrare un vescovo. Il giorno dopo, il 5 maggio, verso le 4 del pomeriggio, ho firmato il protocollo che mi venne portato dal segretario di Ratzinger e che aveva già in calce la sua firma.Ma durante la notte tra il 5 e il 6 maggio i dubbi che già avevo aumentarono, così all’alba del 6 maggio scrissi una lettera al Papa e a Ratzinger, e dissi che avrei consacrato il vescovo il 30 giugno, con o senza autorizzazione, e non in una data da destinarsi come proponevano loro. Loro risposero proponendo la data del 15 agosto. Ma io avevo oramai perso fiducia. Non accettai».Così, sorprendentemente, Lefebvre rinnegò l’accordo firmato il giorno prima: durante la notte tra il 5 e il 6 maggio aveva maturato la convinzione che il Vaticano volesse rinviare all’infinito la nomina del vescovo da lui richiesto. Capii che un grande influsso su questa decisione l’avevano avuta i suoi, contrari a quella decisione. Il superiore della Fraternità di allora, l’abbé Franz Schmidberger – che come poi scoprii con sua grande irritazione in passato era stato sedevacantista, convinzione poi rinnegata – mi disse che aveva sentito ripetutamente Lefebvre.Il monsignore me lo confermò: «Sì, lo tenevo continuamente informato, ma la decisione fu mia. Mi resi conto che la Fraternità si sarebbe spaccata. Il vero scisma lo avremmo subìto noi. La consacrazione fu necessaria per salvare la fede della Chiesa, che sta scomparendo perché ha ceduto al modernismo, alla libertà religiosa, all’ecumenismo, alla riforma liturgica. Ma il mio non è uno scisma, la scomunica non è valida perché sono certo di non fare nulla di male».Colpisce che le giustificazioni addotte dalla Fraternità nel 2026 sembrano uscire dalle registrazioni di quelle conversazioni di quasi quarant’anni fa. Don Davide Pagliarani sostiene oggi di avere agito in uno «stato di necessità», per assicurare la continuità dell’episcopato della Fraternità e la salvezza delle anime. Le consacrazioni senza mandato pontificio secondo la Fraternità non costituiscono uno scisma perché manca la volontà di creare una Chiesa parallela o di negare il primato del Papa. Al contrario, i lefebvriani insistono nel definirsi pienamente cattolici e affermano di avere compiuto un gesto imposto dalle circostanze, non dalla ribellione. Un gesto di fedeltà alla dottrina tradizionale della Chiesa. È esattamente ciò che mi ripeteva Lefebvre: «Riconosco nel Papa il successore di Pietro. Ma sono le sue idee ad allontanarsi dalla Tradizione».Per Roma, naturalmente, la prospettiva è opposta. Il problema in fondo non è la liturgia latina secondo il rito di san Pio V. Anche le fortissime resistenze al Concilio, per quanto divisorie, potevano non essere cruciali: Ratzinger aveva tolto la scomunica. Il vero nodo resta l’obbedienza ecclesiale. La consacrazione di vescovi senza mandato pontificio è, nel diritto della Chiesa, un attentato diretto all’unità gerarchica e alla comunione con il successore di Pietro.Eppure sarebbe un errore sperare che questa vicenda si esaurisca in un decreto di scomunica. Pensare con soddisfazione, come accade da più parti, che sia stata finalmente eliminata una pericolosa frangia legata all’estrema destra politica ed ecclesiale. La Fraternità San Pio X del 2026 non è più quella del 1988. Allora viveva quasi esclusivamente del carisma del suo fondatore. Oggi è una realtà con un esercito forte e compatto, un’organizzazione strutturata capace di sopravvivere ai suoi fondatori, come aveva ipotizzato Lefebvre: «Se avessi accettato l’accordo con Roma», mi disse, «la Fraternità si sarebbe spaccata. Entro un anno sarebbe scomparsa». Quando gli chiesi la consistenza della sua opera, mi rispose con orgoglio: «Siamo presenti in 28 nazioni, abbiamo una novantina di priorati e 5 seminari. Abbiamo 200 sacerdoti e 50 suore. E non meno di centomila fedeli nel mondo. Non avendo accettato Roma, saremo più forti».La sua previsione si è forse rivelata esatta. L’opera iniziata da Lefebvre è cresciuta negli anni, ed è diffusa adesso in 70 nazioni, ha 180 priorati, 751 sacerdoti, 264 seminaristi, 145 religiosi, 250 suore e 88 oblate. E la Fraternità dice di avere 600mila fedeli nel mondo. Ha oltre mille tra sacerdoti e futuri sacerdoti: numeri da fare invidia a Ordini religiosi molto importanti nella Chiesa, e che vedono continuamente scendere le vocazioni. Sul piano canonico la risposta è chiara. Sul piano ecclesiale molto meno. La storia insegna che le scomuniche definiscono uno status giuridico, ma non cancellano una realtà umana che nel tempo ha costruito scuole, seminari e una fitta rete internazionale di fedeli.Il primo luglio 2026, tra le montagne di Écône, non è stato consacrato soltanto un nuovo episcopato. È stata consacrata, ancora una volta, una frattura che la Chiesa sperava di avere finalmente lasciato alle spalle. E, come dimostra l’attuale scena politica, in Italia come in Europa o negli Usa, le posizioni più radicali, quelle estreme e provocatorie, quelle che solo pochi anni fa si sarebbero ritenute improponibili, ottengono in realtà un forte ascolto. E raccolgono grandi, e spesso pericolosi, consensi.
Lefebvriani, quarant’anni di ribellioni
Il primo luglio la Fraternità San Pio X ha consacrato quattro nuovi vescovi senza il mandato del Papa. Una replica quasi identica della sfida lanciata nel 1988






