Antonio Mastrapasqua
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foto LaPresse Tiziano Manzoni
C’è chi si rifugia ancora nel “latinorum” di don Abbondio, e parla di “Stabilicum” – sulla scia dei “Mattarellum”, degli “Italicum” e dei “Rosatellum” – per etichettare la nuova legge elettorale in discussione alla Camera. Dal nome si dovrebbe capire la “cosa”: una riforma delle regole del voto per assicurare stabilità di governo a chi vince. Onestamente non si capisce quale rischio di instabilità si tema, dopo che stiamo concludendo la prima legislatura senza ricambi di governo. Più stabili di così?
D’altro canto, c’è chi osteggia l’eventuale riforma perché la considera niente meno che “un colpo di Stato elettorale” secondo le equilibrate parole del segretario di +Europa, Riccardo Magi. A prescindere dalla polemica politica, resta il fatto che la frequenza con cui si mette mano alle norme per eleggere il Parlamento è inversamente proporzionale alla partecipazione degli italiani al voto. Non sarebbe peregrino immaginare una legge elettorale posta sotto l’ombrello della Costituzione, per evitare che venga fatta e rifatta come una tela di Penelope. Per onestà, si è consolidato da tempo questo vizietto di aggiustare ogni volta le regole per le urne, per cercare di favorire la coalizione di governo. Non è una questione di Meloni o di Gentiloni, chi governa vuole provare a congelare il proprio consenso e si arrovella in percorsi barocchi tutti fatti a immagine e somiglianza del Palazzo, dove risuona sempre la beffarda e intramontabile battura del Marchese del Grillo, che può stare in bocca a tutti i leader politici di oggi, di maggioranza e di opposizione: “Io so’ io, voi non siete un c…”.







