di

Guido Olimpio

Le analisi condotte dopo la fase più acuta del conflitto hanno rivelato come i pasdaran siano riusciti a causare devastazioni consistenti nelle basi statunitensi (che potrebbero essere sposate in Israele)

Attacco, contrattacco, comunicati e contorno di minacce verbali. Iran e Usa hanno ripreso il ciclo bellico scegliendo obiettivi che vanno oltre la logica della rappresaglia. I raid statunitensi si sono concentrati nella fascia meridionale e in quella costiera. Presi di mira barchini (a dozzine), depositi, equipaggiamenti antiaerei, installazioni, bunker, depositi di droni. Intensa l’azione sulla base di Chabahar e l'area di Busher. Inoltre, sono stati danneggiati due ponti, compreso uno realizzato con l’assistenza cinese, un target simbolico perché testimonia la relazione economica tra Pechino e Teheran.Il Pentagono, come ha fatto in passato, vuole debilitare il più possibile i sistemi in una fascia strategica.

Infligge distruzioni e, nel contempo, riduce le difese nel caso dovesse riprendere un’offensiva massiccia, «avvisa» la controparte sul prezzo da pagare con le infrastrutture civili tramutate in bersagli. Gli americani provano a creare dei corridoi, cercano di neutralizzare un gran numero di scafi veloci, l’arma preferita dei pasdaran nelle acque “strette” del Golfo, tengono alto il fuoco (anche a fini interni). L’Iran, secondo l’esperto Hamidreza Azizi, teme che gli Stati Uniti possano persino lanciare in futuro operazioni con il ricorso a forze speciali. Se ne è parlato a lungo prima della tregua considerando diverse opzioni: il termine di Kharg, le isole nel settore dello Stretto, i siti del programma nucleare. Le «uscite» di piani sui media hanno raccontato molto sulle ipotesi allo studio, rivelazioni agganciate a possibili interventi ma anche forme di guerra di informazione.