"C’era qualcosa che stonava con la dinamica riferita dalla donna: le lesioni riportate non potevano essere compatibili con una caduta dal tetto del capanno. E poi, c’era una grande quantità di sangue ma più distante dal luogo in cui si trovava il cadavere. Ho avvisato subito le forze dell’ordine". Lo ha testimoniato in aula davanti alla Corte d’assise presieduta dal giudice Pasquale Liccardo, ieri mattina, la dottoressa del 118 Anna Esquilini, intervenuta subito dopo la morte di Roberto Berti, il 23 novembre 2024.

In aula ieri era presente anche l’imputata, Leda Stupazzoni, 82 anni - assistita dagli avvocati Antonio Petroncini e Valentina Di Loreto -, vedova della vittima, a processo con l’accusa di avere ucciso il marito: Stupazzoni quel giorno, subito dopo la morte di Berti, aveva riferito che, appunto, ipotizzava che fosse caduto dal tetto del capanno degli attrezzi.

"Era evidente che l’uomo non potesse essere caduto – ha proseguito la dottoressa del 118 –, c’erano numerose ferite da taglio sul volto e alla testa incompatibili con una caduta, la dentiera era spostata ed evidentemente rotta in più parti". Dopo, "sono entrata in casa e in un angolo del bagno c’erano degli asciugamani sporchi".