VENEZIA - Felice Maniero è fuori dal processo per bancarotta fraudolenta. Resta alla sbarra solo il figlio, Alessandro Bisello, al quale era ufficialmente intestata la ditta Anyaquae, una società dichiarata fallita dal Tribunale di Brescia nel febbraio del 2016. Maniero, 71 anni, era accusato, assieme al figlio, 44 anni, di aver sottratto al patrimonio della società beni per centinaia di migliaia di euro e di aver occultato libri e scritture contabili. Da ieri l’ex boss della mala del Brenta è fuori dal processo perché giudicato “incapace di stare in giudizio”. Vuol dire che la perizia psichiatrica ordinata dal Tribunale di Brescia ha certificato che Maniero non è in grado di capire perfettamente quali sono le accuse e quindi non è in grado di decidere come difendersi. Per questo non può essere processato.

Tecnicamente ancora non è una dichiarazione di incapacità di intendere e di volere, ma poco ci manca. Del resto più di uno psichiatra, dopo averlo visitato e ricoverato, in questi ultimi due anni, aveva già stilato la diagnosi di “depressione maggiore ricorrente con tratti di bipolarismo e demenza senile acuta avanzata”. Diagnosi ora confermata dal perito incaricato dal Tribunale di Brescia. QUATTRO PROCEDIMENTI Dunque, l’ex capo della banda più potente, feroce e ricca che sia mai esistita nel Nord Italia, non entrerà mai più in un’aula di Tribunale dal momento che la decisione assunta ora dal giudice Luca Tringali di Brescia per il caso Anyaquae, con tutta probabilità verrà adottata anche dagli altri magistrati che devono giudicare Maniero. Sulla testa di Felix infatti pendono, in teoria, ancora quattro procedimenti. In uno è accusato di lesioni personali aggravate nei confronti di un poliziotto e di un medico, aggrediti nel parcheggio di un supermercato di Brescia, in un altro processo dovrebbe rispondere, stavolta a Pisa, delle botte che aveva dato alla sorella Noretta, la quale ha però ritirato la denuncia ed ha dichiarato che non ha nulla da temere dal fratello.Infine due procedimenti sempre per violenza, il primo nei confronti di un compagno di cella nel carcere di Sollicciano, sul cui cranio Felix aveva “stampato” il telecomando della tv, che secondo lui aveva il volume troppo alto, e un altro nei confronti di un ex dipendente proprio di Anyaquae, accusato dal boss di essersi impadronito di un’auto che, stando al libretto di circolazione era sua, ma che Maniero sostiene di avergli comprato e dato in uso gratuito. Ma, a proposito di questa società, va detto che resta a giudizio solo il figlio Alessandro Bisello il quale, però, praticamente nemmeno sapeva dove avesse sede la ditta, che era gestita in tutto e per tutto dal padre, abituato non solo a far tutto da sé, ma anche a non lasciare che nessuno mettesse bocca nei suoi affari. Leciti e illeciti. A suo tempo Felix aveva tentato in tutti i modi di salvare il salvabile, non solo svuotando le casse e facendo sparire le scritture contabili – questa, almeno era l’accusa – ma senza riuscirci. Anyaquae, una ditta che, come ammise lo stesso Felice Maniero al nostro giornale, “faceva acqua da tutte le parti” era stata portata comunque al fallimento da un falegname che vantava un credito di qualche migliaio di euro nei confronti della società specializzata in depurazione dell’acqua di rubinetto. Ora su Anyaquae scende un sipario quasi definitivo, se si eccettua il fatto che Alessandro Bisello dovrà rispondere il prossimo 12 novembre in Tribunale del reato di bancarotta, così come scende man mano il sipario su Felice Maniero. Ricoverato in un reparto psichiatrico e ancora, dopo mesi e mesi, in attesa di passare in una struttura per anziani a di riposo per anziani, Maniero fa i conti giorno dopo giorno con la depressione, che ormai si porta dietro anche la demenza senile. E così oggi l’ex boss passa la sua giornata a dipingere, fra una pastiglia e una dose di gocce, mentre attende una telefonata dei figli che non arriverà mai. Abbandonato da tutti, infatti, con i pochissimi amici che ancora gli erano rimasti e che non riescono nemmeno ad andarlo a trovare da quando è entrata in azione la burocrazia giudiziaria che lo vuole affidato ad un amministratore di sostegno, Felice Maniero si lascia vivere mentre il destino di quello che fu un genio del crimine, è ormai segnato dalla solitudine, dalla malattia e dalla vecchiaia.