Un gruppo di studenti viene bendato, indossa una cuffia, ascolta un rumore di fondo e, sopra quel rumore, alcuni toni puri. I toni durano uno, due, tre, quattro, cinque o sei secondi. Il compito è elementare: quando il tono finisce, bisogna tenere premuta la barra spaziatrice per lo stesso tempo in cui si pensa che il tono sia durato. Non occorre meditare sul tempo, non occorre sapere nulla di neuroscienze, non occorre nemmeno prestare attenzione al rumore di fondo. Anzi, il rumore va ignorato.Eppure il rumore cambia il tempo.Se il suono di fondo dà l’impressione di avvicinarsi, i partecipanti allungano la durata dei toni. In media li giudicano più lunghi di quasi il 15 per cento. Se invece il suono sembra allontanarsi, accade l’opposto: il tempo viene accorciato, con una sottostima media di circa il 6 per cento. Quando il suono è rimescolato, senza una direzione chiara, l’effetto resta intermedio.Lo studio nell’ambito del quale sono stati raccolti questi risultati, firmato da Achille Pasqualotto e Hiroto Kawarada dell’Università di Tsukuba, è partito da una domanda semplice. Che cosa succede alla percezione del tempo quando intorno a noi qualcosa sembra muoversi? La domanda è meno astratta di quanto sembri. Un oggetto che arriva alle spalle, un veicolo che si avvicina, un animale che corre verso di noi, una palla che sta per colpirci, sono eventi nei quali il tempo non è una misura neutra. Bisogna decidere presto per evitare, o per spostarsi, o frenare – insomma per reagire appropriatamente. In questi casi, la durata fisica degli eventi conta meno della loro urgenza biologica.La parte elegante dell’esperimento sta nel modo in cui gli autori separano il segnale da giudicare dal contesto acustico. Nei lavori precedenti, spesso erano proprio i suoni “incombenti”, cioè in avvicinamento, a essere giudicati dai soggetti. Questo lasciava aperta una possibilità banale: forse quei suoni sembravano più lunghi perché erano più salienti, più intensi, più facili da notare. Qui invece il suono che si muove non è l’oggetto della stima temporale, ma è sullo sfondo. L’oggetto della stima è un tono sinusoidale, sempre ben distinguibile dal rumore di fondo. Il cervello riceve due flussi: uno da misurare, uno da ignorare. Eppure, in realtà, il secondo modifica il primo.Per costruire i suoni di fondo, i ricercatori hanno usato un sistema di sostituzione sensoriale, il vOICe, nato per trasformare immagini in suoni. Un triangolo visivo viene convertito in un profilo acustico compatibile con l’avvicinamento; invertendo quel profilo si ottiene l’allontanamento; tagliandolo e rimescolandone i segmenti si ottiene la condizione di controllo.Il risultato suggerisce che il nostro senso del tempo non funzioni come un cronometro chiuso nella testa. La metafora dell’orologio interno resta utile, purché si capisca che è un dispositivo sensibile allo stato dell’organismo. Se un segnale acustico indica che qualcosa si sta avvicinando, aumenta l’allerta, l’attenzione si orienta, l’arousal cambia. In quel contesto, il tempo soggettivo si espande, cioè consideriamo più istanti in cui possiamo reagire, perché il cervello tratta quell’intervallo come più denso di informazione utile.È la stessa ragione per cui, in molte situazioni di pericolo, le persone raccontano che “il tempo si è fermato” o che “tutto è accaduto al rallentatore”. Quelle frasi, prese alla lettera, sono false, ma come descrizione fenomenologica colgono qualcosa di reale: l’esperienza del tempo dipende dall’attenzione, dall’emozione, dalla previsione, dalla necessità di agire.La novità del lavoro che qui si discute è mostrare che non serve un evento drammatico: basta un segnale acustico di movimento, messo sullo sfondo, per alterare la durata percepita di un altro stimolo.C’è poi un secondo risultato interessante. I partecipanti tendono a sovrastimare i toni brevi e a sottostimare quelli lunghi. È il cosiddetto effetto di Vierordt, noto da più di un secolo: quando dobbiamo riprodurre durate diverse, le stime vengono tirate verso una media interna. Un tono di un secondo sembra un po’ più lungo; uno di sei secondi sembra più corto. Il cervello cioè non legge soltanto il dato, ma lo combina con ciò che si aspetta, con la distribuzione delle durate incontrate nel compito, con una sorta di media appresa durante l’esperimento.Gli autori traducono questa intuizione in un modello. Da un lato c’è il peso del segnale sensoriale, cioè la durata fisica del tono. Dall’altro c’è una regressione verso la durata media degli stimoli, pari a 3,5 secondi. A questo si aggiunge la direzione del cambiamento d’intensità del rumore di fondo: crescente, decrescente o irregolare. Il modello stima che i partecipanti diano circa il 79 per cento del peso alla durata reale e circa il 21 per cento alla media interna. Quando l’intensità del suono di fondo cresce, il termine associato all’allerta spinge la stima verso l’alto. Quando decresce, la spinge verso il basso. Con due soli parametri stimati, il modello riproduce gran parte dell’andamento osservato.Non sappiamo ancora se l’effetto riguardi la durata del tono in sé, oppure la percezione del suo inizio e della sua fine. Non sappiamo quanto il risultato si conservi con suoni più naturali, con ambienti complessi, con persone di età diverse, con condizioni di stress reale; del resto, gli stessi autori indicano questi limiti. Lo studio cioè non dimostra che il tempo mentale sia manipolabile a piacere con qualunque suono. Però, abbiamo la prima dimostrazione pratica che un’informazione acustica direzionale, anche quando non è il centro del compito, entra nel calcolo percettivo della durata del tempo – il che, ovviamente, fa venire immediatamente alla mente applicazioni nel campo della segnalazione acustica, per esempio.Il tempo percepito non è un contenitore vuoto dentro cui vengono deposti gli eventi, ma è parte dell’elaborazione degli eventi stessi. Il tempo, in particolare, non è percepito nello stesso modo quando qualcosa ci viene incontro o si allontana da noi.