A un certo punto, sul palco dell’Istanbul Jazz Festival, dove si stava esibendo Robert Plant coi suoi Saving Grace, é salito un gatto. Uno dei milioni di gatti che popolano la città sul Bosforo e le sue vie e che vengono amorevolmente accuditi dagli abitanti di ogni ceto. Ha attraversato lo stage con la flemma che si addice ai felini, mentre l’ex vocalist dei Led Zeppelin stava interpretando Ramble on dei Led Zeppelin, uno dei pochi tuffi nel passato che questa icona del rock si è concessa nella scaletta del set di Istanbul. Il gatto deve aver apprezzato la scelta, perché è rimasto ancora un attimo ai piedi di Tony Kelsey, il chitarrista dei Saving Grace, e poi è scomparso, infilandosi dietro una quinta. Senza voler trovare connessioni forzate da questa immagine, viene facile riconoscere, anche nella fotografia di un dettaglio così estemporaneo, quella che Orhan Pamuk chiama «la stranezza inaccessibile» di questa metropoli, «la sua anarchia e il suo disordine».

MENO BIZZARRO e più consueto – perché succede oramai anche nei grandi festival jazz in Umbria, a Montreux, a Montreal – è il fatto di assistere a un concerto rock, o meglio a un concerto di «folk-rock psichedelico» come l’ha giustamente definito Plant, in una rassegna che ha scelto il jazz come insegna. Ma sappiamo che oramai le maglie, nella scelta degli stili e degli headliners, si sono platealmente allargate e dunque non ci ha sorpreso né ascoltare un Plant in formissima, con la vocalist e fisarmonicista Suzy Dian e gli altri Saving Grace, in un set che si é chiuso con la roboante Stupid Lies (da un album solista di Plant del 1983, The Principle of Moments), né incontrare la sera precedente un doppio set con due proposte californiane: il gruppo surf-latin-rock dei La Lom – La Los Angeles League of Musicians – un trio strumentale (chitarra, basso e batteria) col baricentro decisamente orientata sul Messico e il Sudamerica e, a seguire, la band di San Diego prodotta dalla Daptone Records, Thee Sacred Souls. Quest’ultimi giocano le proprie chances live sulla grande versatilità performativa del vocalist Josh Lane e sulla compattezza della ritmica formata dal bassista Sal Samano e dal batterista Alex Garcia. Come per molti gruppi della scuderia Daptone, il loro è soul piuttosto ortodosso, ma suonato benissimo e corredato da suoni che avvolgono il passato con una tinta di nuovo. quoteWe want Miles» è il progetto guidato da Marcus Miller, grandi virtuosismi e brani immortali